Lavorare coi vecchi

Public Library- the work of Leyton Public Library Service, Church Lane, Leytonstone, London, England, UK, September 1944 D22129

No, questo post non tratta del lavoro con/per le persone anziane, di servizi alle persone anziane. Ma di un aspetto – noto ma di cui non si parla molto, o almeno non dall’interno – del lavoro nella pubblica amministrazione.

Lavoro per un sistema bibliotecario in cui l’età media del personale è di 55 anni (non ho fonti da citare, è un dato che ho sentito riportato ma che credo affidabile). Io di anni ne ho 48, quindi sono giovane. Naturalmente no, non sono affatto giovane, e infatti mostro tutti i segni di stanchezza e frustrazione del caso. Ma sono – relativamente alla media – abbastanza giovane. Voglio solo raccontare che cosa significa lavorare in uffici in cui tutti – a parte il personale delle pulizie – sono vecchi. Anziani. Non giovani. Come preferite.

Le persone sono sempre stanche e tendono a lamentarsi spesso (me compresa). Siccome in genere ne hanno tutte le ragioni, è difficile controbattere. Uno dei principali temi di conversazione sono le malattie, le malattie serie, quelle dell’età di mezzo. Le persone spariscono e tornano quando hanno ricominciato a crescere loro i capelli. Non nascono bambini: se va bene, nipoti, ma pochi. Si finisce per decidere la collocazione di un libro anche sulla base del fatto che per andarlo a recuperare bisognerà fare le scale a piedi. Può mancare il coraggio di dire che si fa fatica a chinarsi per mettere a posto gli scaffali in basso (ahi, quel male al ginocchio!). La maggioranza dei colleghi più anziani termina ogni seduta di lamenti con la frase “tanto io fra poco vado in pensione”, lasciando dietro di sé l’immagine di qualcosa a metà fra l’abbandono e il menefreghismo (che sia chiaro: a me piacerebbe moltissimo andare in pensione domani, quindi li capisco anche).

E poi significa che non esiste più alcuna progettualità (ma questo nella pubblica amministrazione è programmatico e predisposto con cura). Che l’inerzia è la regola, e tutto ciò che è nuovo arriva quasi per sbaglio ed è “sperimentale”. Sperimentale è la parola magica con cui spesso continuiamo a chiamare per anni le uniche attività sensate che facciamo, ma con l’accortezza di tenerle a freno, di non dare loro l’attenzione necessaria, di circoscriverne l’impatto (il digitale, ad esempio). Che l’inerzia è la regola, ma si finge di fare innovazione accettando a casaccio qualunque attività chiunque proponga. Che non sopporti più di sentire descrivere la tua professione (il tuo mestiere, il lavoro che porta il salario per vivere) all’insegna dell’ultima moda: la biblioteca virtuale, la qualità in biblioteca, la biblioteca ibrida, la biblioteca sociale, la biblioteca digitale, la piazza del sapere, la biblioteca social, la biblioteca partecipata, la biblioteca bene comune, la biblioteca postmoderna. Che ti viene voglia di non provarci più, perché sei stanca anche tu, e non sei più in grado di sorridere a tutti gli utenti, tutti i giorni, davanti a qualunque necessità, perché non hai più una enorme scorta di sorrisi e di pazienza e di comprensione per tutti.

Un’ultima cosa: io sono del tutto favorevole al fatto che le persone lavorino ben oltre i 60 anni (se sono in salute). Ma vedo gli effetti del lasciare persone non giovani trascinarsi in luoghi di lavoro malsani come questi. Quindi per favore, la prossima volta che un impiegato pubblico vi sembra troppo lento, poco brillante o toccato da qualunque altro difetto, ricordatevi (anche) che lavora in un ufficio di vecchi, e che probabilmente è vecchio anche lui.