Schegge

Berlin wall 1990Mi chiedi della Costituzione italiana e dei suoi riflessi sull’amministrazione locale. Me lo chiedi in russo, quello che io sono in grado di identificare come russo, magari sbagliando. Parli con una certa sicurezza, sai quello che vuoi, ma parli in una lingua da cui emergono come letteralmente comprensibili solo queste parole, demokratiya, democrazia, comune, konstitutsii, costituzione. Io rispondo in italiano, ripetendo quello che riesco a capire nella speranza di suscitare un cenno di assenso, un accordo possibile. Ma tu hai una tua argomentazione in testa, evidentemente più complessa della mia comprensione, e mi parli, in russo, intercalando con un “capito?” che mi disarma, finché ti rispondo che no, non ti capisco, ma possiamo andare a cercare un libro sulla Costituzione, e sembra andare bene. Sembra che abbiamo trovato un minimo punto comune di accordo, anche se fra le tue parole è apparsa anche l’espressione “bolognara, bolopakistana” che sembra cruciale e che non fa ben sperare sul fatto che io sappia che cosa sto facendo.

Ti accompagno agli scaffali, ti mostro a gesti l’area del diritto italiano, scelgo un libro (in italiano), te lo mostro e tu sembri soddisfatto (leggi l’italiano?). Sorridi, senza perdere la tua espressione sicura, di chi sa quello che vuole, di chi ha una domanda legittima e – per qualche genere di stupefacente ottimismo – di chi è convinto che la risposta si possa trovare, qualunque lingua si parli, compresa l’ipotesi di parlare lingue differenti.

Ti lascio andare a registrare il prestito e non so che cosa provare. La cosa più rassicurante sarebbe pensarti all’interno di una categoria prestabilita: l’utente che chiede un libro che non sarà in grado di comprendere, il caso sociale, il matto. Categorie che chiunque lavori a contatto col pubblico si crea nella mente e usa (in parte giustamente) per orientarsi, e per difendersi dal peso della quantità di cose incomprensibili che possono accadere in una biblioteca pubblica.

Ma la verità è che io non so assolutamente se tu sia un emigrato arrivato in Italia da una settimana o da un anno, un residente in un centro di accoglienza, un ex docente di diritto (dall’età che posso presumere tu abbia, potresti essere inciampato nel crollo dell’Unione Sovietica, avere perso il tuo posto di lavoro, e avere da allora una vita per me inimmaginabile), un cittadino che ha una questione aperta con l’amministrazione locale, o molte altre combinazioni possibili. So solo che parli una lingua che a me sembra il russo, e che vuoi una risposta. Se astraggo dalle mie categorie prestabilite, dovrei notare semplicemente che questa è la tipica situazione in cui un bibliotecario fa reference. Sei entrato consapevolmente in biblioteca, hai un argomento preciso in testa, pensi di trovare un libro utile, chiedi a me, la bibliotecaria, di essere il tuo mediatore.

È difficile non pensare che il reference fosse un’attività concepita per un mondo semplice, ammesso che sia mai esistito, diciamo dunque un mondo più semplice di questo. In cui il sistema in cui erano organizzate le informazioni era il risultato di sedimenti secolari, che avevano portato a quell’insieme composto da opere, editori, carta, formati, strumenti bibliografici, cataloghi, luoghi in cui si trovavano i cataloghi, esperti di questo tipo di mediazione. Un mondo relativamente parlando – relativamente a oggi – piccolo, che predeterminava in modo abbastanza certo quali fossero le domande, o le tipologie di domande, che le persone avrebbero posto in biblioteca sensatamente. E che predeterminava quali tipologie di persone avrebbero messo piede in biblioteca. Un mondo in cui nessuno straniero che non fosse un aristocratico o uno studioso di fama si sarebbe mai presentato in una qualsiasi biblioteca di un altro paese, ad esempio. Un mondo in cui il bibliotecario poteva essere il curatore di  una collezione molto specializzata, e conoscerne nel dettaglio le profondità, le lingue, gli strumenti. A me il tuo accento russo sembra invece qualcosa di inarrivabile ed esotico, e se me ne chiedo il motivo capisco che posso solo aggrapparmi a qualche immagine di film, o a un generico ricordo del mondo prima della fine della Cortina di ferro, qualcosa di situato negli anni ‘70 con tanto di maglie di poliestere, giacche a vento di colori sgargianti, scuole di partito, tassi di scolarizzazione, stufe a legna e negozi mezzi vuoti. Quello che vedo a banco sono pezzi: frammenti di vita, persone che si avvicinano e si allontano, che rivelano e che nascondono, esigenze espresse in un momento di cui non si conosce mai l’esito, come in una marea. Forse il mondo in cui era nato il reference non esiste più.

Nota: mi rendo conto che la mia visione può essere stata influenzata da due libri letti di recente, che consiglio a chi si interessi della storia recente dell’Europa (povera Europa). Si tratta di Sotto una stella crudele di Heda Margolius Kovály e di La casa sul lago di Thomas Harding.

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Lo scarto e il senso degli italiani per la documentazione

E’ ora di scarti. Scendo in un deposito interrato, lontano dagli uffici, e comincio a lavorare ad uno dei pochi contenitori compatti presenti in biblioteca. Si trova laggiù quello che negli anni è stato spostato dallo scaffale delle opere di consultazione accessibili al pubblico verso una sorta di limbo di volumi che le persone avrebbero potuto comunque richiedere, trovandone notizia nei cataloghi. Col tempo, si sono accumulati là parecchi chili di carta.

Fra quei volumi, anche una piccola ma completa serie di Annuari Istat coi relativi Rapporti sulla situazione del paese. Una decina di anni senza lacune. Materiale con un suo pregio informativo intrinseco, che si era voluto preservare per dare allo studioso la possibilità di trovarlo raccolto in un unico luogo. Dico lo studioso, ma l’Annuario e ancora di più il Rapporto sono opere di taglio decisamente divulgativo, non certo arcane rappresentazioni di serie storiche di dati. Ben costruiti per essere leggibili seguendo anche singoli temi, con un taglio discorsivo di sintesi. Uno sguardo d’insieme, insomma.

Se fossi una bibliotecaria che si occupa di conservazione, sarei la peggiore bibliotecaria di tutti i tempi. Diciamo pure che scartare non solo non mi dispiace, ma mi dà persino gusto. Mi dà la sensazione di avere ripulito via qualcosa di estraneo, di pesante, di morto. A casa, questa tendenza si manifesta a volte con effetti deleteri. Butto via un lenzuolo vecchio, mi dimentico di aver preso questa decisione e dopo alcuni mesi lo cerco, capendo troppo tardi che il lenzuolo è caduto vittima di scarto improvviso.

In quel deposito interrato non mi ci vedo perciò così male. Quel compatto è strapieno di cose inutili, che scarto con un senso di sicurezza anche perché, fortunatamente, in biblioteca la decisione di scartare o meno non è così personalistica come avviene per la biancheria di casa. Eppure, di fronte a quegli annuari Istat così ben tenuti, con le loro copertine colorate, i cd-rom allegati, lì in attesa sullo scaffale di rivelare quanto e come è cambiata l’Italia negli ultimi dieci anni, e di rivelarlo a chiunque si prenda la briga di chiederglielo, devo ammettere che mi piange un po’ il cuore.

E’ ovvio (a meno che non sia la prima volta che capitate su questo blog) che non si tratta di amore feticististico per la carta. La carta – elemento così facilmente riciclabile – è uno dei miei oggetti ideali del ciclo di scarto. Potessi riempire ogni giorno il bidone per la carta che sta sotto casa, ne sarei felice. Dovessi impazzire, da vecchia senza alcun dubbio mi troveranno a fare la guardia al cassonetto per controllare che vicini scarsamente ecologisti non inseriscano proprio lì un orribile sacchetto di plastica. Ma non sono felice di pensare che quei chili di carta in particolare finiscano a quel modo.

Già da diversi anni l’Istat ha meritoriamente cominciato a pubblicare in parallelo i suoi volumi in versione cartacea (a pagamento) ed in versione digitale (gratuita). C’è stato però un periodo di tempo non limitatissimo in cui è sembrato che tenere in biblioteca i volumi in carta avesse un senso. E credo di poter dire che l’idea fosse basata su questo assunto: se sono stampati sarà più facile per il cittadino comune venire a consultarli, per un insegnante organizzare una ricerca per la sua classe. Sarà più facile mettere un anno dietro l’altro e confrontare i dati, se le persone potranno squadernarli tutti insieme su un tavolo. Adesso l’idea di spendere dei soldi per la versione cartacea quando esiste quella gratuita in digitale suona assurda, ma fino a non molto tempo fa la mia riflessione era all’incirca quella e pareva (mi sbagliavo?) che avesse un senso.

Il motivo per cui ora mi piange il cuore, e per cui effettivamente sì, ci sbagliavamo, è però un altro. Il fatto è che da quel deposito quei volumi non sono stati richiesti mai. Nessuno ha voluto confrontare i dati di un anno dopo l’altro per verificare che il telegiornale della sera gli avesse raccontato una cosa vera o falsa. Nessun insegnante si è palesato in biblioteca con l’idea di una ricerca che utilizzasse anche fonti primarie come quelle.

L’errore è stato nel sopravvalutare l’esigenza di documentazione del pubblico di una biblioteca generalista. Per dirla brutalmente, nessuno in Italia sembra avvertire una necessità di questo tipo. Probabilmente, ci si fida ancora dei giornali, dell’editore di cui si conosce l’orientamento politico e a cui ci si affida con adesione tribale, della televisione e del sentito dire dal vicino di casa (non per volere a tutti i costi equiparare fonti così diverse).

Va da sé che non mancano le persone che basano i loro studi anche sui dati Istat. Ma quelle persone non hanno e non avevano bisogno già anni fa delle sintesi a stampa che l’Istat e noi con loro rendevamo disponibili. C’erano già i dati grezzi in digitale. C’erano pubblicazioni specializzate, c’era la letteratura scientifica.

Dunque, abbiamo lavorato almeno in parte per un pubblico immaginario. Immaginario quanto il pubblico per cui lavorano le biblioteche che di scarti non ne fanno mai, guidate da un principio di salvaguardia della carta ereditato non dal secolo scorso, ma da quello prima ancora. Non che io mi senta in colpa per quell’errore: non si aveva la sfera di cristallo e se si è peccato lo si è fatto per ottimismo, in una specie di paternalismo al contrario. Ma resta la sensazione di una divaricazione fra una parte d’Italia diciamo per intenderci letterata e/o professionale (nel senso ampio della media literacy), e un’altra parte che si sta sì spostando sul digitale, ma che probabilmente si accontenta, come inverificabile fonte di notizie, di quanto trova su Facebook come prima si accontentava di Canale 5. Che non sa che le notizie nascono dai dati, che i dati possono essere rilevati in modo più o meno corretto, che le interpretazioni che ne possono derivare sono molteplici. Una sensazione simile, insomma, a quella che provo piuttosto spesso nel lavoro di reference diretto con le persone ai banchi informazioni (avevo cominciato a parlarne tempo fa).

Ma voglio essere ottimista. Voglio pensare che di un vero errore di sopravvalutazione si sia trattato, che una larga parte dei cittadini fosse così deprivata già allora, e non ipotizzare  invece che quel divario si sia – in questi ultimi dieci anni – allargato.

Reference ad Urbino

I prossimi due giorni sarò in quella particolare città-campus che è Urbino, ospite dei colleghi delle biblioteche dell’Università per i quali terrò un corso sul reference.

Negli ultimi tempi i miei corsi avevano preso una direzione diversa: web 2.0, promozione via social media… Perciò questa è una buona occasione per tornare a riflettere su questo tema, che forse è un po’ stagnante nella situazione delle biblioteche italiane. Il corso seguirà in realtà un andamento abbastanza tradizionale, parleremo di reference digitale ma anche di reference tradizionale, e quindi di interviste, strategie di ricerca, Linee guida e così via.

Ma prepararlo ha fatto sì che cominciassero a mettersi in fila nella mia testa alcune cose, che forse sono un po’ gli estremi della questione.
Da un lato l’osservazione “sul campo” di come quello che noi chiamiamo reference sia in realtà un’attività molto diversa da come la si descrive nei manuali, in particolare per quanto riguarda le biblioteche pubbliche. Avevo già fatto qualche riflessione di questo tipo, la leggete qui.
Al lato opposto, una certa curiosità per quelle che potrebbero essere le forme future del reference. E, come spesso accade, è David Lankes quello che apre qualche porta in questa direzione.

Vedremo come andrà questo corso, quali saranno le sollecitazioni da parte dei colleghi dell’Università che avranno probabilmente un punto di vista diverso dal mio.
Nel frattempo, io cercherò di mettere ordine nelle mie riflessioni, e soprattutto di trovare un percorso sensato che colleghi i due estremi, se ne sarò capace.

Lunedì 13 giugno terrò a Roma, per Biblionova, un corso dedicato esclusivamente al reference digitale. Vedremo cosa sarò riuscita a fare per quella data!

Queste intanto la bibliografia (molto sintetica) del corso e queste le slide: