Lo scarto e il senso degli italiani per la documentazione

E’ ora di scarti. Scendo in un deposito interrato, lontano dagli uffici, e comincio a lavorare ad uno dei pochi contenitori compatti presenti in biblioteca. Si trova laggiù quello che negli anni è stato spostato dallo scaffale delle opere di consultazione accessibili al pubblico verso una sorta di limbo di volumi che le persone avrebbero potuto comunque richiedere, trovandone notizia nei cataloghi. Col tempo, si sono accumulati là parecchi chili di carta.

Fra quei volumi, anche una piccola ma completa serie di Annuari Istat coi relativi Rapporti sulla situazione del paese. Una decina di anni senza lacune. Materiale con un suo pregio informativo intrinseco, che si era voluto preservare per dare allo studioso la possibilità di trovarlo raccolto in un unico luogo. Dico lo studioso, ma l’Annuario e ancora di più il Rapporto sono opere di taglio decisamente divulgativo, non certo arcane rappresentazioni di serie storiche di dati. Ben costruiti per essere leggibili seguendo anche singoli temi, con un taglio discorsivo di sintesi. Uno sguardo d’insieme, insomma.

Se fossi una bibliotecaria che si occupa di conservazione, sarei la peggiore bibliotecaria di tutti i tempi. Diciamo pure che scartare non solo non mi dispiace, ma mi dà persino gusto. Mi dà la sensazione di avere ripulito via qualcosa di estraneo, di pesante, di morto. A casa, questa tendenza si manifesta a volte con effetti deleteri. Butto via un lenzuolo vecchio, mi dimentico di aver preso questa decisione e dopo alcuni mesi lo cerco, capendo troppo tardi che il lenzuolo è caduto vittima di scarto improvviso.

In quel deposito interrato non mi ci vedo perciò così male. Quel compatto è strapieno di cose inutili, che scarto con un senso di sicurezza anche perché, fortunatamente, in biblioteca la decisione di scartare o meno non è così personalistica come avviene per la biancheria di casa. Eppure, di fronte a quegli annuari Istat così ben tenuti, con le loro copertine colorate, i cd-rom allegati, lì in attesa sullo scaffale di rivelare quanto e come è cambiata l’Italia negli ultimi dieci anni, e di rivelarlo a chiunque si prenda la briga di chiederglielo, devo ammettere che mi piange un po’ il cuore.

E’ ovvio (a meno che non sia la prima volta che capitate su questo blog) che non si tratta di amore feticististico per la carta. La carta – elemento così facilmente riciclabile – è uno dei miei oggetti ideali del ciclo di scarto. Potessi riempire ogni giorno il bidone per la carta che sta sotto casa, ne sarei felice. Dovessi impazzire, da vecchia senza alcun dubbio mi troveranno a fare la guardia al cassonetto per controllare che vicini scarsamente ecologisti non inseriscano proprio lì un orribile sacchetto di plastica. Ma non sono felice di pensare che quei chili di carta in particolare finiscano a quel modo.

Già da diversi anni l’Istat ha meritoriamente cominciato a pubblicare in parallelo i suoi volumi in versione cartacea (a pagamento) ed in versione digitale (gratuita). C’è stato però un periodo di tempo non limitatissimo in cui è sembrato che tenere in biblioteca i volumi in carta avesse un senso. E credo di poter dire che l’idea fosse basata su questo assunto: se sono stampati sarà più facile per il cittadino comune venire a consultarli, per un insegnante organizzare una ricerca per la sua classe. Sarà più facile mettere un anno dietro l’altro e confrontare i dati, se le persone potranno squadernarli tutti insieme su un tavolo. Adesso l’idea di spendere dei soldi per la versione cartacea quando esiste quella gratuita in digitale suona assurda, ma fino a non molto tempo fa la mia riflessione era all’incirca quella e pareva (mi sbagliavo?) che avesse un senso.

Il motivo per cui ora mi piange il cuore, e per cui effettivamente sì, ci sbagliavamo, è però un altro. Il fatto è che da quel deposito quei volumi non sono stati richiesti mai. Nessuno ha voluto confrontare i dati di un anno dopo l’altro per verificare che il telegiornale della sera gli avesse raccontato una cosa vera o falsa. Nessun insegnante si è palesato in biblioteca con l’idea di una ricerca che utilizzasse anche fonti primarie come quelle.

L’errore è stato nel sopravvalutare l’esigenza di documentazione del pubblico di una biblioteca generalista. Per dirla brutalmente, nessuno in Italia sembra avvertire una necessità di questo tipo. Probabilmente, ci si fida ancora dei giornali, dell’editore di cui si conosce l’orientamento politico e a cui ci si affida con adesione tribale, della televisione e del sentito dire dal vicino di casa (non per volere a tutti i costi equiparare fonti così diverse).

Va da sé che non mancano le persone che basano i loro studi anche sui dati Istat. Ma quelle persone non hanno e non avevano bisogno già anni fa delle sintesi a stampa che l’Istat e noi con loro rendevamo disponibili. C’erano già i dati grezzi in digitale. C’erano pubblicazioni specializzate, c’era la letteratura scientifica.

Dunque, abbiamo lavorato almeno in parte per un pubblico immaginario. Immaginario quanto il pubblico per cui lavorano le biblioteche che di scarti non ne fanno mai, guidate da un principio di salvaguardia della carta ereditato non dal secolo scorso, ma da quello prima ancora. Non che io mi senta in colpa per quell’errore: non si aveva la sfera di cristallo e se si è peccato lo si è fatto per ottimismo, in una specie di paternalismo al contrario. Ma resta la sensazione di una divaricazione fra una parte d’Italia diciamo per intenderci letterata e/o professionale (nel senso ampio della media literacy), e un’altra parte che si sta sì spostando sul digitale, ma che probabilmente si accontenta, come inverificabile fonte di notizie, di quanto trova su Facebook come prima si accontentava di Canale 5. Che non sa che le notizie nascono dai dati, che i dati possono essere rilevati in modo più o meno corretto, che le interpretazioni che ne possono derivare sono molteplici. Una sensazione simile, insomma, a quella che provo piuttosto spesso nel lavoro di reference diretto con le persone ai banchi informazioni (avevo cominciato a parlarne tempo fa).

Ma voglio essere ottimista. Voglio pensare che di un vero errore di sopravvalutazione si sia trattato, che una larga parte dei cittadini fosse così deprivata già allora, e non ipotizzare  invece che quel divario si sia – in questi ultimi dieci anni – allargato.

Reference ad Urbino

I prossimi due giorni sarò in quella particolare città-campus che è Urbino, ospite dei colleghi delle biblioteche dell’Università per i quali terrò un corso sul reference.

Negli ultimi tempi i miei corsi avevano preso una direzione diversa: web 2.0, promozione via social media… Perciò questa è una buona occasione per tornare a riflettere su questo tema, che forse è un po’ stagnante nella situazione delle biblioteche italiane. Il corso seguirà in realtà un andamento abbastanza tradizionale, parleremo di reference digitale ma anche di reference tradizionale, e quindi di interviste, strategie di ricerca, Linee guida e così via.

Ma prepararlo ha fatto sì che cominciassero a mettersi in fila nella mia testa alcune cose, che forse sono un po’ gli estremi della questione.
Da un lato l’osservazione “sul campo” di come quello che noi chiamiamo reference sia in realtà un’attività molto diversa da come la si descrive nei manuali, in particolare per quanto riguarda le biblioteche pubbliche. Avevo già fatto qualche riflessione di questo tipo, la leggete qui.
Al lato opposto, una certa curiosità per quelle che potrebbero essere le forme future del reference. E, come spesso accade, è David Lankes quello che apre qualche porta in questa direzione.

Vedremo come andrà questo corso, quali saranno le sollecitazioni da parte dei colleghi dell’Università che avranno probabilmente un punto di vista diverso dal mio.
Nel frattempo, io cercherò di mettere ordine nelle mie riflessioni, e soprattutto di trovare un percorso sensato che colleghi i due estremi, se ne sarò capace.

Lunedì 13 giugno terrò a Roma, per Biblionova, un corso dedicato esclusivamente al reference digitale. Vedremo cosa sarò riuscita a fare per quella data!

Queste intanto la bibliografia (molto sintetica) del corso e queste le slide:

Di cosa parliamo quando parliamo di reference

Nei primi anni in cui ho cominciato a fare la bibliotecaria, la parola reference non veniva pronunciata molto spesso e, quando accadeva, sembrava alludere ad un mondo vagamente esotico di servizi avanzati di derivazione anglosassone (l’esotico delle biblioteche prima che paesi come Singapore restituissero alla parola il suo significato). Una pratica poco italiana, in anni in cui ai banchi informazioni delle biblioteche era comune trovare bidelli e maestre d’asilo.

In quegli anni sul reference si organizzavano corsi che ruotavano attorno ai concetti dell’assistenza personalizzata agli utenti (la transazione informativa) e dell’integrazione fra risorse locali (le collezioni) e digitali (il web). E, con rassicurante precisione, si era in grado di elencare le tipologie di risorse adatte a quel lavoro. A bibliografie, cataloghi, dizionari e simili si aggiungevano, novità da integrare un un mondo tutto sommato ancora ben circoscrivibile, i Virtual Reference Desk, quelle raccolte tematiche di risorse in rete su cui si riponevano parecchie speranze, secondo l’idea per cui i bibliotecari avrebbero “organizzato” la rete così come tenevano in ordine i libri sugli scaffali.

Ho già provato a raccontare che cosa sia accaduto, dal mio particolare angolo visuale, nel tentativo di adattare questo modello ad una grande biblioteca pubblica, nei primi dieci anni di questo secolo. Lo potete leggere su Dal bestiario della rete è apparsa Wikipedia, che avrebbe in effetti potuto intitolarsi anche Dieci anni di reference.

Quello che voglio tentare ora è gettare uno sguardo se possibile onesto a quello che veramente si fa, oggi, quando si lavora ai banchi informazioni.

Il primo, e sostanziale compito di chi assiste gli utenti della biblioteca pubblica è tentare di colmare una grande varietà di divari. Divari linguistici (una volta mi fu chiesto come si scrive Google in italiano). Analfabetismi di ritorno (la collocazione è SDEP, ma l’utente ha scritto SEP, quindi non trova il libro). Information divide (l’utente chiede un manuale su Acrobat, ma in realtà ha bisogno di scaricare il programma sul suo pc). Digital divide (l’utente di settant’anni che esce con la neve per scoprire che il libro che desidera è in prestito, non può saperlo in altro modo perché non ha un accesso alla rete da casa).

Colmare una grande varietà di divari, d’altra parte, potrebbe anche costituire una buona riformulazione del concetto di assistenza personalizzata. Niente di nuovo, insomma, se non fosse per l’impressione fortissima che, nel corso degli ultimi 10 anni, niente sia migliorato. Passi per i divari linguistici che stanno nell’ordine delle cose nel bel mezzo di una fase di processi migratori. Ma tutto il resto? Sta di fatto che, per la metà del tempo, “fare reference” significa digitare sulla tastiera al posto di persone troppo spaventate da un computer per farlo da sole.

Il secondo compito dei bibliotecari è ingannare l’opac, oppure l’opac e il sistema gestionale interno insieme, a seconda della sfortuna della giornata. Tirare fuori qualcosa di utile da uno strumento recalcitrante. E non sto parlando del fatto che gli opac “fanno schifo”, come candidamente affermano i bibliotecari americani. Il punto non è solo che, dei molti dati presenti su un record catalografico, all’utente medio ne interessi solo una piccola porzione, generalmente ben nascosta in qualche videata secondaria. O del fatto che, per fare un esempio che conosco da vicino, una politica di conservazione prevalente sul concetto di funzionalità per l’utente finale fa in modo che, della collezione di informatica che seguo, un quarto dei titoli riportati in opac siano in realtà titoli scartati. Ma del fatto puro e semplice che spesso gli opac non funzionano, si bloccano, danno risposte false, sovrappongono le ricerche fatte su schede diverse del browser, non danno la possibilità agli utenti di fare proroghe e prenotazioni in autonomia e così via. Diciamo pure che, se con i cataloghi a schede cartacee eravamo fermi ad arare un campo a mano con la zappa, con opac di questo tipo restiamo comunque allo stadio dell’aratro tirato dai buoi.

Ma c’è di più.

In realtà, l’impressione che niente sia migliorato, che gli utenti delle biblioteche non abbiano guadagnato in autonomia e capacità autonoma di ricerca, è scorretta. O meglio è vera, ma racconta solo una parte della storia.

L’altra metà della storia si trova invece, relativamente nascosta agli occhi dei bibliotecari, in quella massa di persone che di ricerche approfondite apparentemente ne fa, ma che dei bibliotecari non pare avere alcun bisogno. Sono quelle persone che in biblioteca ci vengono, ma che ad essere onesti esprimono un solo ed unico bisogno: avere un tavolo su cui appoggiare il loro computer ed una rete wireless a cui collegarsi. Bisogno che, peraltro, resta insoddisfatto nella maggioranza delle situazioni.

Sarebbe facile a questo punto appellarsi al classico argomento della qualità della ricerca, della necessità di integrare fonti in rete e fonti cartacee, dell’educazione dell’utente eccetera. Ma a me, a questo punto, questo argomento risulta stonato. Comunque facciano le loro ricerche, quello che gli utenti cercano in rete lo trovano. Bibliografie, cataloghi, dizionari, e oggetti che oggi fanno solo tenerezza come i VRD, sono tutta roba spazzata via dal fatto che la rete ha abbassato le soglie di diffusione delle informazioni e ha alzato le possibilità di incontro fra le persone in un modo che lascia ancora sbigottiti noi ibridi digitali. Per non parlare del fatto che mi piacerebbe sapere quale impressione farebbe al frequentatore di un forum specializzato l’idea che dei bibliotecari facciano user education…

Mi pare insomma che si assista ad una specie di divaricazione. La ricerca di complessità media che ancora una decina di anni fa ci si sentiva proporre ai banchi informazioni è diventata un caso marginale, mentre tutto il tempo è impiegato nell’aiuto (in questo caso da intendersi in senso propriamente assistenzialista) ad un pubblico troppo vasto di esclusi.

Alla fine dell’intervento tenuto da Peter Brantley a Meet the Media Guru di Milano lo scorso 4 febbraio, ho fatto una domanda che gentilmente è stata riportata alla sala dalla chat dello streaming da cui assistevo all’evento. La domanda, non del tutto in armonia col tono programmaticamente visionario della serata, era più o meno: che cosa dovrebbero fare le biblioteche non fra 10 o 20 anni, ma domani mattina? La risposta, per forza di cose sintetica, ha girato attorno a quel concetto di biblioteca come centro per la comunità e come dispensatrice di nuovi servizi tutti da inventare che, negli ultimi tempi, spunta fuori con sempre più frequenza. Inutile dire che, di questa idea, quello che colpisce è soprattutto l’indeterminatezza.

Sembra insomma più facile immaginarsi la biblioteca del futuro, quella che vivrà in un mondo di digitalizzazioni estensive, di connessioni semantiche avanzate, di ologrammi per accettare la suggestione (letteraria) di Brantley, che quella vera dei prossimi pochi anni. Che potrebbe essere, se volessimo finalmente fare una classifica realistica delle priorità, passare dal carro tirato dai buoi a strumenti di organizzazione bibliografica degni di questo secolo. E, se si volesse accogliere quello che gli utenti sembrano richiedere, offrire un tavolo ed un wireless ad un numero sempre crescente di persone e una mano a tutti gli altri.

Non sono sicura però che abbia ancora senso chiamare tutto questo reference.