Due giorni a Firenze

Nuovo corso sul reference nelle biblioteche pubbliche tenuto a Firenze dalla sottoscritta!

Qualche nota sui partecipanti: in grande maggioranza molto giovani, con una bella rappresentanza dei bibliotecari delle Oblate che ricordavano un po’ una classe del liceo in gita  :-) (sempre insieme, legati da un’evidente senso di complicità, molto giovani…). Dato il numero relativamente basso dei presenti, si anche è potuto lasciare spazio alle osservazioni di tutti (così almeno spero!).

Dalle slide che vedete sotto si può vedere che rispetto a versioni precedenti e “abbreviate” dello stesso corso non solo i temi sono stati ampliati, ma alcuni sono completamente nuovi. Ad esempio ho cercato di approfondire molto la parte dedicata ai cosiddetti “utenti difficili” delle biblioteche (argomento su cui mi sembra che tutti annaspiamo un po’ senza  punti di riferimento) e quella dedicata agli studi di stampo sociologico sui comportamenti informativi degli italiani.

Ho inoltre insistito molto (spero a sufficienza!) sull’idea di allargare i propri orizzonti mentali andando oltre la manualistica spicciola. In quest’ottica, grande enfasi sul grande David Lankes, che offre in rete materiali di ogni tipo (slide, video, presentazioni in mp3…) e sul documento Le reti partecipative, la biblioteca come conversazione.
Ma anche allargamento della bibliografia preparata per il corso a testi scritti da non bibliotecari, ma che bene o male parlano molto di noi (Everything is miscellaneous, La ricchezza della rete, La coda lunga, Wikinomics, tutti titoli di cui trovate già scritto abbastanza in questo blog).

Come sempre, le slide sono su Slideshare perché chiunque le trovi utili le possa utilizzare. Colgo l’occasione per ringraziare tutti gli autori delle foto e delle immagini che ho utilizzato, tutte pubblicate con licenza Creative Commons ma che non ho avuto tempo di citare uno per uno all’interno delle slide. Non citare gli autori è scorretto, lo so, ma spero che in questo caso prevalga lo spirito della condivisione sulla lettera della licenza!

Da cartaceo a free

By John E. Randall, Some rights reserved

Quando abbiamo aperto Sala Borsa abbiamo avuto la fantastica possibilità di acquistare per il reference molte corpose opere straniere, di cui, in sostanza, non esistevano corrispondenti in italiano. E non esistono ancora!

Per esempio i venti monumentali volumi dell’Encyclopedia of Life Sciences della Nature Publishing Group. L’edizione che acquistammo è del 2002.

Col senno di poi devo riconoscere che, per quanto si tratti di un’opera sicuramente ricca ed autorevole, fare del reference utilizzando risorse in inglese col pubblico italiano si è rivelato molto più difficile del previsto. Neppure i ragazzi molto giovani evitano di storcere il naso quando si propone loro l’inglese.

Nel frattempo, è uscita una versione online di ELS, con l’ovvio vantaggio dell’ “aggiornabilità” delle voci. I nostri finanziamenti speciali per l’apertura non sono ovviamente stati rinnovati in seguito con la stessa abbondanza, anzi. Dunque noi restiamo fermi al 2002.

Pochi giorni fa ho letto di questa nuova enciclopedia libera online, EOL, Enciclopedia of Life. Si tratta di un grande progetto (che gli stessi curatori definiscono come ambizioso e persino audace!) teso alla divulgazione in tutti i campi delle scienze della vita, con possibili estensioni verso pagine di approfondimento più specialistiche. Il pubblico previsto: scienziati, gestori di risorse naturali, addetti alla conservazione, insegnanti e studenti di tutto il mondo.

Date un’occhiata al video di presentazione per avere un’idea dei contenuti, e anche per vedere un bell’esempio di user education.

Ogni progetto (soprattutto se audace!) ha bisogno di tempo per dimostrare la sua durata nel tempo e di aver raggiunto gli scopi per cui è nato. Nel frattempo mi chiedo quale futuro sarà riservato non solo ad opere in carta come quella che abbiamo acquistato noi, ma anche alla loro versione online a pagamento.

 

 

 

L’olfatto dell’utente

In un bell’intervento sulla possibilità di integrare sistemi classificatori gerarchici di tipo tradizionale e sistemi di social tagging, ho trovato un paio di concetti a prima vista buffi, ma che mi sembra descrivano bene una situazione tipica vista facendo reference: di colpo, nel corso di una transazione, capita che l’utente si trasformi in una specie di Ratotouille che scruta lo schermo pieno di risultati di ricerca e ne indica uno in particolare, senza alcuna logica apparente, come se l’avesse annusato!

E’ il momento in cui si misura la distanza, talvolta abissale, fra quello che l’utente ha dichiarato di cercare e quello che davvero cercava.

Ma come funziona questo processo? C’è un evidenziatore mentale nella testa dei nostri utenti che all’improvviso illumina un dato anziché un altro? ;-)

Franco Carcillo e Luca Rosati citano due termini, il profumo dell’informazione e la raccolta delle bacche:

Il termine “raccolta delle bacche” (berrypicking) applicato al settore dell’information retrieval è stato coniato da Marcia Bates (1989) e indica una fondamentale modalità con cui l’uomo cerca le informazioni (in ogni ambiente, sia fisico sia digitale) modificando continuamente la propria strategia a seconda dei nuovi ritrovamenti; per questo motivola Bates parla anche di “ricerca evolutiva”.

Il concetto di “profumo dell’informazione” (information scent), è stato coniato da Pirolli – Card, 1999 nell’ambito della teoria dell’information foraging, sviluppata applicando concetti propri della biologia (strategie comportamentali degli animali per la ricerca del cibo) al campo dell’information retrieval.

Il profumo dell’informazione indica un insieme di indizi che suggeriscono il probabile valore di rilevanza delle informazioni a cui l’utente si sta avvicinando nel corso della sua ricerca. Questo concetto si lega a quello di raccolta delle bacche, dato che il “profumo” trasmesso da una risorsa influenza l’evoluzione del percorso dell’utente: l’utente si dirige verso le informazioni con più alto tasso di scent, tanto che una diminuzione significativa di “profumo” può determinare l’abbandono del percorso.

Quanto del comportamento “animale” di ricerca dell’informazione si sovrappone ai nostri razionali (almeno nelle intenzioni) opac? Possono queste due diverse dimensioni incontrarsi costruttivamente?

Oppure il quadro che si delinea è quello di due fronti opposti: da un lato il catalogatore integerrimo ma sempre insoddisfatto del pessimo uso che l’utente fa dell’opac, e dall’altro l’utente che continua a chiedersi perché ai tempi di Google il catalogo della sua biblioteca debba ancora essere così difficile da interrogare?

L’intervento è ospitato sul numero 1- 2 /2007 di AIDAinformazioni (nel dossier).