Cose che ho imparato grazie alle scarpe

Europeana Fashion Editathon 2013 Stra 03

Eccoci qui, a Villa Foscarini-Rossi, sede del Museo Rossimoda della calzatura. Ecco quello che stavamo facendo: una editathon, cioè una gara di scrittura di voci su Wikipedia, sul tema della calzatura appunto, ma anche della storia del costume e del territorio della riviera del Brenta.

Che io sia lì in quella foto è una sorpresa per me per prima. Che io abbia contribuito a organizzare quella giornata (popolata principalmente da studenti universitari coinvolti grazie all’interesse dei loro docenti), è una sorpresa al quadrato. Che io adesso lo racconti a un pubblico di persone che sono in maggioranza bibliotecari potrebbe avere un suo senso al cubo.

E’ successo che sono diventata socia di Wikimedia Italia. Wikimedia si occupa di sostenere lo sviluppo di Wikipedia e dei suoi progetti fratelli nei vari paesi. Fin qui la teoria. La pratica – ho scoperto velocemente – è che come in tutte le associazioni puoi scegliere di farci poco o molto, essere un socio attivo o meno ma che (forse diversamente da altre realtà) qui, se chiedi un’opportunità, la avrai.

Non che io avessi le idee chiare su che cosa volevo fare, volevo fare qualcosa. Volevo provare. Ed è venuta fuori questa possibilità: Europeana Fashion stava contattando i musei di moda che partecipano al suo progetto di biblioteca digitale e, parallelamente, le associazioni Wikimedia nazionali, proponendo di organizzare nel mese di novembre editathon parallele in luoghi diversi. L’obiettivo era valorizzare i patrimoni culturali presenti facendo leva sull’interesse lato Wikipedia a migliorare le voci sull’argomento e ad aumentare la quantità di contenuti multimediali liberamente fruibili via Commons, il “deposito” libero per eccellenza che serve i progetti wiki (e il mondo intero).

L’idea incrociava felicemente una mia passione personale per la storia del costume col lavoro su Wikipedia, ed è così che mi sono trovata a occuparmene.

Ecco le cose che ho imparato.

Se ti piace, fallo.
Se le condizioni sono favorevoli (ad esempio hai al tuo fianco una biblioteca digitale internazionale, un museo d’eccellenza nel suo campo, una bella raccolta di libri a corredo, professori universitari interessati a proporre agli studenti un’esperienza di apprendimento diversa dal solito), non tirarti indietro perché hai poca esperienza. E’ quello, il momento in cui fare esperienza, non un altro.

I punti di forza sono le persone.
Senza la ferma volontà della curatrice del museo di ospitare questa esperienza, io non avrei fatto un solo passo in avanti. Lei ha cercato e trovato i contatti con l’Università, o meglio, con specifiche persone all’interno dell’Università, che a loro volta ci hanno sostenuto. Lei ha chiesto un cambio di contratto a Telecom quando è sorto il dubbio che il wifi non avrebbe retto. Lei ha ordinato panini e pizzette per una marea di persone (quasi ottanta durante la mattina, la metà durante l’editathon vera e propria). Lei ha intessuto con me uno scambio di email quasi epocale per quantità e liste di cose da fare e da controllare.

Lavorare per un progetto internazionale dà senso agli sforzi.
Il tema della giornata per noi erano le scarpe e le tradizioni storiche nella produzione calzaturiera, apparentemente niente di più locale e definito. Ma senza l’iniziativa di Europeana (con un paio di contatti olandesi), la disponibilità di Wikimedia Svezia nel farsi carico del lavoro preparatorio della Fashion Challenge successiva alle editathon, i libri d’arte e i cataloghi offerti in premio dai musei, e… Wikipedia, il locale sarebbe semplicemente rimasto sepolto sulle rive del Brenta.

Organizzare il lavoro degli altri è una responsabilità importante.
Come sanno i bibliotecari che cominciano a ospitare in biblioteca dei corsi di alfabetizzazione a Wikipedia, quasi chiunque resta sbalordito, e spesso spaesato, dalla complessità del mondo che si nasconde appena dietro il tasto Modifica. L’unico modo possibile per gestire lo spaesamento di quaranta persone tutte insieme ci è sembrato quello di farli lavorare, dopo una presentazione generale sul progetto, per percorsi guidati. I quaranta studenti sono quindi stati divisi in gruppi di cinque persone, a ciascuno dei quali è stato attribuito un tema e una piccola serie di compiti da svolgere, libri alla mano e voci su cui intervenire individuate in anticipo. Sarebbe stato certamente più difficile farli partire dicendo loro “date un’occhiata alle voci sulla moda” o “cercate il vostro stilista peferito”, e questa è una lezione che forse può essere applicata anche nei corsi in biblioteca: proporre un tema, o un percorso guidato, frutta di più, anche se comporta (molto) più lavoro preparatorio.

Per creare voci nuove non occorre essere degli esperti. Basta documentarsi, e dichiarare i propri limiti.
Pretendere che un principiante assoluto si lanci nella creazione dal nulla di una voce è il modo migliore per terrorizzarlo, e fargli correre il rischio di compiere ogni genere di errore. Per questo motivo io ho cercato di far lavorare gli studenti su voci già esistenti e, dove non le ho proprio trovate (visto che l’interesse del wikipediano medio per la calzatura non pare superi di molto la necessità di non andare scalzo), le ho create in anticipo io. Per farlo ho seguito la mia regola personale da sempre: una fonte per ogni riga, e mai farsi mancare un {{S}} in testa alla voce (per chi si sente avventuroso, vedere qui).

Le più belle collezioni del mondo non esistono se non sono online, e il nostro dovere di umani è quello di mettercele.
La parte tecnicamente più difficile per me è stata risolvere il rebus della “liberazione” delle immagini. Il Museo Rossimoda si è detto da subito disponibile a pubblicare con licenza libera fotografie che ritraggono alcune delle calzature presenti nella sua collezione. Con la sola precedente esperienza dell’aver caricato su Commons una foto fatta da me a un cavallo (procedura che, se avete un minimo di dimestichezza col significato di “licenza libera”, non è molto diversa dal caricare una foto su Flickr, cavallo o meno), mi sono trovata a percorrere questa strada: spiegare che Wikipedia è l’unico luogo della rete in cui il copyright sia rispettato senza eccezioni. Trovare un modello di dichiarazione di rilascio secondo una licenza CC BY-SA compatibile con Wikipedia. Trepidare in attesa della firma dell’amministratore delegato che ha autorizzato la pubblicazione. Girare il tutto al servizio OTRS che controlla e archivia tali dichiarazioni. Caricare le immagini, una per una per non sbagliare la descrizione di ciascuna, tratta da didascalie di opere fornite dal museo e contrattata con la curatrice, in italiano e poi anche in inglese. Scoprire l’esistenza dell’esoterico utente rotate bot. Chiedere l’aiuto di un amministratore di Commons per attribuire le categorie giuste alle immagini (e creare quelle inesistenti). Comunicare agli organizzatori delle editathon parallele, a Stoccolma e in Israele, il risultato ottenuto e cominciare a raccogliere l’entusiasmo di tutti. Rendersi conto che sì, sono poche, ma costituiscono un precedente, e poi sono calzature storiche che non esistono in molti esemplari (le veneziane potrebbero anche essere pezzi letteralmente unici, ma qui a me viene la vertigine dell’indumento storico e non so se potete seguirmi).

Ridimensionare il ruolo degli enti pubblici.
Gli enti pubblici coinvolti (l’Università di Padova e lo IUAV di Venezia) hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella giornata. Ma non da soli. Il museo Rossimoda è il tipico museo d’azienda, privato dunque. L’infrastruttura wiki è totalmente aliena persino alla contrapposizione pubblico/privato, muovendosi su logiche totalmente alternative. Se volete avere la possibilità di concludere un progetto, e di imparare tante cose nuove, non accontentatevi dell’ente pubblico per cui lavorate. Per anni ho pensato che fossero una fortuna e un privilegio lavorare in una biblioteca (pubblica), ora vedo che esistono alternative migliori. Evviva il pubblico, ma come partner, non come orizzonte totale in cui inscrivere il proprio lavoro.

E infine, ho imparato che editathon si scrive editathon.
E non edithaton o altre curiose varianti che ho utilizzato tutte, sbagliando persino l’URL della pagina di progetto su cui trovate tutti i dettagli dell’iniziativa!

Le persone coinvolte nel progetto (o meglio, quelle di cui conosco i nomi), e che ringrazio, sono: John Andersson, Alessandra Arezzi, Aubrey, Romano Cappellari, Luca Corsato, Cotton, Elitre, Shani Evenstein, Brigitte Jansen, Jaqen, Gabriele Monti, Federica Rossi, Alessandra Vaccari, Erwin Verbruggen e Xaura.

Biblioteche e Wikipedia al Bibliopride 2013

Sabato prossimo, 5 ottobre, si terrà la seconda edizione della Giornata nazionale delle biblioteche, il Bibliopride 2013.

Io sarò presente presso la Biblioteca Marucelliana in occasione dell’incontro dedicato a Biblioteche e Wikipedia: condivisione open data e competenze, organizzato dall’Associazione Italiana Biblioteche e da Wikimedia Italia. Il programma della giornata è questo:

  • Frieda Brioschi (Presidente, Wikimedia Italia), Cultura bene comune: alleanza strategica tra biblioteche e Wikipedia
  • Giovanni Bergamin e Anna Lucarelli (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze), Il progetto di interoperabilità del Thesaurus BNCF con Wikipedia
  • Andrea Zanni (Responsabile dei progetti, Wikimedia Italia), Biblioteche e Wikimedia. Alleati sospettabili
  • Pierfranco Minsenti (bibliotecario), Un’altra modalità per arricchire Wikipedia: l’esperienza dell’importazione dei dati dal Virtual International Authority File
  • Io parlerò infine di formazione ai progetti wiki per gli utenti delle biblioteche e i bibliotecari.

In una giornata in cui l’attenzione dei bibliotecari sarà contesa fra i molti appuntamenti previsti, credo che chi sia anche semplicemente incuriosito da questi temi possa trovare in questo programma più di un motivo di interesse. Come vedete si spazia da tematiche generali a questioni tecniche che mostrano “dal vivo” quali e quante forme di collaborazione fra questi due mondi apparentemente lontani si possono realizzare.

Nel frattempo, qualche notizia in più è disponibile sulla pagina di progetto dedicata al mondo GLAM/Biblioteche e alla pagina specifica dedicata all’incontro.

La proprietà intellettuale non esiste

“La proprietà intellettuale non esiste. Esistono solo le eccezioni alla libertà intellettuale”

Ieri sera ho fatto un ulteriore, piccolo passo avanti in un processo che in metafora potrei descrivere come prendi la rete e guarda che cosa c’è dietro. La rete con le sue pagine patinate, i suoi strumenti preimpostati, l’abbondanza e la facilità della pubblicazione per tutti.

Sono andata – metà per interesse, metà per supporto – ad un incontro bolognese sul copyleft che ha messo insieme in modo abbastanza originale attivisti, scrittori, una compagnia teatrale, un docente universitario e un bibliotecario, Andrea Zanni, in questo caso in veste di responsabile dei progetti di Wikimedia Italia. Andrea non ha bisogno della mia presentazioni, ma anche per lui possiamo tentare un “prendi andrea e guarda cosa c’è dietro” grazie al suo personalissimo e mai scontato blog.

Il senso dell’iniziativa era fare informazione sulle basi del copyleft e delle licenze libere e far parlare delle loro esperienze persone che sulla base di quelle licenze lavorano. Per me, niente di completamente nuovo ma il piacere di vedere una collezione di facce notevole: dall’insospettabile pensionato in sandali allo sviluppatore duro e puro all’anarchico in dreadlock alla studentessa in calze ricamate. Un pubblico nutrito e attento.

Invitato speciale, Renzo Davoli, docente di Sistemi operativi all’Università di Bologna e nome storico della storia (si potrebbe dire dell’archeologia) dell’informatica in Italia.

Ora devo dire che, di fronte a persone come queste, ogni preconcetto acquisito su che cosa significhi essere un nerd scolorisce fino ad azzerarsi. Nel corso della serata, intervento dopo intervento, Davoli ha messo insieme una tale combinazione di precisione espositiva, capacità definitoria e affermazioni ideali da sbaragliare anche le poche obiezioni avanzate dal pubblico, e da far pensare che essere nerd significa probabilmente qualcosa come “avere uno spessore”, più che essere degli appassionati di serie tv o dei collezionisti di gadget tecnologici ;-)

Che cosa significa coniugare ideale e puntualità terminologica da matematico di formazione?

Significa, ad esempio, affermare che l’idea di proprietà intellettuale è concettualmente sbagliata, poiché la conoscenza nasce libera e poco si può fare per renderla meno che libera. E che quindi, ribaltando i termini usuali della questione, si dovrebbe legittimamente parlare del diritto d’autore solo come di una serie di eccezioni alla libertà intrinseca delle conoscenza, e non come di un sistema basato sulla proprietà.

Significa puntualizzare (beh, io non lo ricordavo, o forse non l’avevo mai saputo) che non si dà copyleft senza richiesta di replicare la licenza adottata (la condizione dello share-alike, in termini Creative Commons), cioè senza messa in moto di un circolo virtuoso di diffusione e di potenzialità di riutilizzo.

Significa ricordare come alla base delle licenze libere stia una concezione liberale del comportamento e del diritto: nessuno impedisce che grazie a licenze libere qualcuno guadagni e si arricchisca, così come nessuno vuole imporre licenze libere universali. Sta alla scelta degli individui decidere caso per caso quale comportamento adottare. Liberale, insomma, nel senso originario della parola e non nel suo appiattimento sul significato deteriore di liberista.

Significa, infine, inquadrare il tema della condivisione e della circolazione della conoscenza in un’ottica che definirei di urgenza e che mi pare sommamente necessaria e al tempo stesso pericolosamente poco diffusa: urgenza nel mettere insieme le forze disponibili per cercare soluzioni a problemi che non saremo fra un po’ di tempo più in grado di affrontare. Inaccettabilità degli steccati e delle rendite di posizione. Rischio delle chiusure che limitano e ritardano (pensate alle conoscenze scientifiche, pensate alla tendenza a brevettare ogni cosa).
Questo, davvero, è fuori dal comune e – per inciso – risponde secondo me alla domanda “perché mai dovremmo interessarci al copyright?”