Infrastrutture

Independence DeclarationGhana.

La Repubblica del Ghana è uno stato dell’Africa occidentale con capitale Accra. Confina ad ovest con la Costa d’Avorio, a nord con il Burkina Faso, ad est con il Togo, ed a sud con il golfo di Guinea. Il territorio della Gold Coast ottenne l’indipendenza dal Regno Unito nel 1957, diventando la prima nazione sub-sahariana a farlo. (Wikipedia)

Un paese di cui non so niente. Con una cultura e una storia delle quali non so niente. Devo persino aprire una mappa dell’Africa per capire dov’è. Lo incontro perché stamattina (o in un qualche orario del mondo) qualcuno diffonde la notizia su una lista di discussione interna che il Wikimedia Ghana Usergroup ha chiesto un grant per un progetto. Un grant in questo caso è un finanziamento che passa dalle donazioni dei cittadini di tutto il mondo alla Wikimedia Foundation (attraverso quei banner invadenti che avete visto tante volte), e da quest’ultima alle organizzazioni locali o a singoli wikipediani che ne facciano richiesta e il cui progetto venga selezionato fra le tante richieste. Esistono finanziamenti per singoli progetti e finanziamenti per dare una spinta sostanziale a un capitolo nazionale, come accade ad esempio quest’anno per l’Italia.

Quando sono stata alla scorsa edizione di Wikimania a Londra, buttata a nuotare nella grande piscina dei progetti GLAM-wiki e intimidita* dalle mille novità davanti a cui mi trovavo, una delle impressioni più forti che ho avuto è arrivata dall’evidenza del fatto che i maggiori sforzi delle istituzioni culturali in collaborazione con Wikipedia erano sostenuti da paesi occidentali, ricchi e con un buon livello di gestione dei beni culturali. I paesi del nord Europa e dell’America del nord. Mi pareva quasi troppo facile, per loro. Mi pareva che noi italiani avremmo continuato a lungo a sbattere la testa contro leggi insensate e istituzioni vetuste (poi le cose hanno cominciato a girare, ma sempre a costo di tanta fatica). Quello che mancava completamente, di sicuro, erano i paesi estranei all’Occidente ricco e ben amministrato. Che avrebbero potuto fare, ad esempio, i wikipediani di un piccolo paese africano?

Si tratta peraltro di un problema più ampio e ben noto: Wikipedia (nel suo complesso, nelle sue varie lingue e progetti) non è affatto lo specchio uno a uno del mondo o il paradiso della partecipazione da ogni angolo del globo. In chi contribuisce a crearla, c’è un problema di diversità da raggiungere. Diversità di genere, di provenienza geografica e culturale, di ceto:

Screen-Shot-2014-12-11-at-22.14.19In sintesi, ecco chi edita che cosa, o meglio quale altra cultura, secondo uno studio della Oxford University segnalato dal collega Luigi Catalani (grazie!).

Ma ecco che oggi si parla del Ghana. Un paese per il quale faccio fatica a trovare una versione linguistica di Wikipedia, e solo dopo scopro che ha 47 lingue locali e l’inglese come lingua ufficiale.

Il Ghana chiede un finanziamento partendo da questa premessa:

Lack of backup or evidence of historical artifacts and facts due to damages, loss or sheer mismanagement is removing the level of accuracy in our history.
Inability to globally share our history removes the benefit of accessibility to resourceful information on the global Web for the use of researchers or individuals with an interest in Ghana. Most of these records can be found in the archives but most of them are in bad conditions that if care is not taken they will be lost forever. According to PRAAD [Public Records and Archives Administration Department] most of these records are deteriorating and there is an urgent call for digitization of these records.

E propone come soluzione:

To promote Ghanaian culture and heritage through multimedia content uploads on Wikimedia Commons and source documents on Wikisource that will compliment existing or future articles on Wikipedia and other sister projects … Our focus is to promote open and free learning of historical contents about the Ghanaian culture, heritage, etc. This project will help us to reduce the tendency of future losses of Ghanaian data through fires and other disasters or even mismanagement.
Activities will include taking pictures or scanning, if necessary and cataloging Ghanaian contents and uploading them onto Wikimedia Commons and Wikisource to ensure accuracy of historical facts and to eliminate possible loss of evidence. In situations where necessary, applicable documents would be digitized before uploading and (or) placed in formats that will directly benefit other Wikimedia Projects …

Qui il passaggio è sostanzialmente diverso da quanto si fa nei felici paesi del Nord. Qui si tratta, mentre si attende che il paese costruisca un suo sistema di salvaguardia e di memoria del patrimonio culturale, di salvare subito quanto si può salvare. Una cosa che si può fare solo in collaborazione con  le autorità locali (in fondo dare l’avvio a tutto è semplice, basta firmare un foglio). Una cosa che non sarebbe neppure ipotizzabile se non esistesse un’infrastruttura che lo consente.

Wikipedia non è un’enciclopedia, è quell’infrastruttura. È un’infrastruttura basata su cavi, organizzazione e tanto lavoro e, per quanto corra sempre dei rischi, sia cresciuta come un organismo e sia in perpetua trasformazione (quinta legge di Ranganathan, giusto?), è un’infrastruttura viva e potente. È il luogo in cui appoggiare, conservare, divulgare praticamente ogni genere di oggetto digitale, dal dato al materiale multimediale, passando per quel vecchio e potente strumento leggibile dagli umani che è l’enciclopedia.

Io auguro ogni bene a questo progetto. Se fate parte della comunità dei wikimediani, sostenetelo. Se vi occupate di cultura, tirate un sospiro di sollievo, perché queste sono strade che si aprono e sono destinate a restare aperte.

* Ovvero, letteralmente terrorizzata.

Sfide e alleanze in Biblioteca Nazionale a Firenze

Venerdì 28 novembre, presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze si tiene il convegno, organizzato dalla Biblioteca in collaborazione con Associazione Italiana Biblioteche e Wikimedia Italia, Sfide e alleanze tra Biblioteche e Wikipedia.

È un’occasione abbastanza unica per avere un’idea ricca di tutti i campi in cui i progetti wiki possono collaborare con le biblioteche e altre istituzioni culturali, andando oltre (molto oltre) la comune conoscenza di Wikipedia come risorsa di reference da consultare.

Il programma della mattina prevede interventi, con un taglio anche internazionale, sui progetti GLAM-wiki, la biblioteca digitale Wikisource, la risorsa per dati strutturati Wikidata, il concorso fotografico Wiki Loves Monuments e le esperienze concrete già realizzate o in corso di realizzazione svolte dalla Nazionale e da altre biblioteche italiane come la VEZ di Mestre.

Nelle due ore del pomeriggio è prevista invece un’attività di tipo più pratico e laboratoriale in cui i partecipanti potranno vedere dal vivo come funzionano i progetti, fare domande e provare a immaginare nuove forme di collaborazione. Per quanto riguarda Wikipedia, io e Susanna Giaccai abbiamo in programma un esercizio che si potrebbe chiamare “prendi una voce e smontala per vedere com’è fatta dentro”, col quale vorremmo dare un’idea veloce ma ricca sia della ricchezza del paratesto che c’è dietro l’aspetto semplicemente testuale di una voce, sia della rete sociale che ha portato alla sua creazione e manutenzione del tempo (bello, no?)

Questo il programma integrale, e questa la pagina in cui si trova qualche informazione in più su Wikipedia.

sfide

Lettori, autori e altri animali digitali

Sabato scorso ero alla Biblioteca Marucelliana a Firenze, uno di quei posti tappezzati di legno e di libri antichi che danno un tono verdastro all’aria intorno e che a me incutono un certo timore (un muro di carta che minaccia di crollarti addosso e che dovresti invece preservare…). Parlavo di biblioteche e Wikipedia e farlo in quel luogo è forse la cosa che tutti noi che eravamo presenti abbiamo sottovalutato di più, perché invece è in un certo senso una cosa incredibile e, mentre parlavo, ho riportato una riflessione che mi era venuta in mente la sera prima e che mi è parsa una piccola lampadina che si accendeva nella mia testa.

La lampadina accesa riguarda il selfpublishing, tema del tutto estraneo all’argomento della giornata, e in particolare riguarda una mia perplessità rispetto al selfpublishing non in quanto attività in sé (contro la quale non ho nulla, anzi), ma in quanto pratica rivelatrice di come le persone concepiscono se stesse quando si esprimono. Perché – mi dice da mesi una vocina interiore – tutta questa enfasi sull’autopubblicazione e le sue promesse quando l’ormai vecchio web 2.0 ci consente da un sacco di tempo di pubblicare ogni giorno qualunque cosa ci venga in mente? Perché tutti questi autori in erba a fronte della persistenza cronica della legge del 1/9/90 (1 scrive, 9 commentano, 90 leggono in religioso silenzio) che rende il 2.0 in un certo senso sottoutilizzato rispetto alle sue reali possibilità?

La risposta potrebbe risiedere nel fatto che, per chi si è formato nel corso del Novecento, è più facile concepire se stesso all’interno della dicotomia autore/lettore (regista/spettatore, cantante sul palco/fan sotto il palco, eccetera) piuttosto che aderire a modelli di espressione radicalmente differenti. Io scrivo su un blog, non in molti lo fate ma la promessa implicita è che se qualcuno di voi mi risponde io sono tenuta a leggervi e a prendere in considerazione quello che scrivete. La promessa implicita è anche (a voler essere ottimisti) che qualcuno parli di quello che scrivo senza neppure farmelo sapere (la licenza di questo blog glielo consente, oltre al fatto che questo rientra nella logica intrinseca di quanto è pubblicato in rete).

La promessa implicita del selfpublishing (in particolare digitale, ma solo perché abbassa le barriere di ingresso e aumenta il numero potenziale delle persone che ne usufruiscono) è invece quella di consentirvi di attraversare lo specchio e fare di voi un autore, anzi in genere “un autore di libri”, e non una voce che si sente in rete fra mille altre e che può essere citata, contraddetta, messa in ridicolo. L’aspirazione a essere il contraltare esatto del “lettore” è del tutto legittima, si intende, ma non sposta di una virgola la relazione fra i due ruoli (attivo/passivo).

Dunque si può considerare questa dicotomia limitata, e limitante, perché c’è davvero molto di più (e di meglio) da fare che pensarsi in questo modo. Lo sanno i colleghi che da sempre ai banchi delle biblioteche si vedono arrivare autori che portano in dono libri irricevibili. E lo sanno soprattutto gli innumerevoli partecipanti a progetti digitali collaborativi a cui suonerebbe strano essere definiti “autori” di qualcosa (guardate chi è l’autore della voce Casa su Wikipedia).

pitch inI modi per essere “contributori” (grandi o piccoli, che immaginano un progetto e gli danno vita, o che portano solo una briciola ogni tanto nel formicaio) sono tanti. Riguardano anche le biblioteche, che lavorano per rendere le persone un po’ più autonome (capaci, coraggiose) di quanto fossero quando sono entrate in biblioteca la prima volta, e non solo per farle leggere di più. La State Library of Queensland, in Australia, ha lanciato una campagna che va in questa direzione e chiamata non a caso Pitch In! – Become a Digital volunteer, nella quale propone attività che i cittadini possono svolgere sul materiale digitalizzato della biblioteca a diversi livelli (per la maggioranza alla portata di molti):

Tag beautiful historic photographs, text correct intriguing old newspaper articles, transcribe significant historical documents, or tell your Queensland story. Every time you add more information you are adding value to the collections and helping others to discover State Library collections now and in the future.

Un progetto del genere mostra di avere dietro di sé quella che potremmo definire un’infrastruttura digitale forte, col che intendo una pluralità di cose.
La prima, banale, avere come in questo caso immagini storiche del territorio digitalizzate su cui lavorare, raccolte di quotidiani locali, scansioni di libri, diari e lettere personali da archiviare. La digitalizzazione del materiale storico non è più rimandabile.
La seconda, avere servizi digitali forti. Gli Ask A Librarian non saranno servizi in ascesa, ma restano una condizione minima necessaria, quanto meno per cercare di immaginare in che cosa trasformarli. In Italia uno dei pionieri in questo campo ha appena chiuso senza che ci sia stata alcuna discussione professionale pubblica sul tema. I motivi forniti ai cittadini si limitano ad un laconico “Il servizio è stato al momento sospeso”.
La terza, avere una buona conoscenza delle piattaforme disponibili (Wikisource per raccogliere testi, Historypin per il commento di foto storiche e lo storytelling, entrambe piattaforme no profit, ad esempio). Conoscere le piattaforme significa non solo sfruttare ogni possibilità esistente a costo ridotto, ma anche rendersi conto di cose che non si immaginava neppure di poter fare: nel caso della State Library of Queensland, ad esempio, arrivando fino alla proposta di raccogliere le storie personali di interesse, ma mettendole in rete, e non abbandonandole all’isolamento del libro autopubblicato, per dire.
La quarta è superare l’idea del puro lettore, ma anche quella del puro autore, a favore di un’idea che è semplicemente quella del lavoro utile, del fare il poco o il molto che si è in grado di fare, della partecipazione e della scelta autonoma del proprio ruolo. Non si tratta di un ideale legato per forza al mondo digitale, ma la rete ne fornisce molti strumenti, specie se si parla di conoscenza.

Perciò avanti, è giunta l’ora (secondo me).