Mansplaining

Mansplaining is a blend of the word man and the informal form splaining of the verb explaining and means attempting to teach or otherwise explain something to a woman in an arrogant or condescending manner… Lily Rothman of The Atlantic defines it as “explaining without regard to the fact that the explainee knows more than the explainer, often done by a man to a woman”…
Fonte: Wikipedia

Qui una spiegazione in italiano.

Potete leggere lo scambio originale qui.

Naturalmente, io non so se chi gestisce l’account Twitter di Einaudi sia un uomo o una donna, ma l’esempio resta ottimo. Adesso ti spiego io, povera cara, che cosa devi pensare e anche che cosa devi provare.

Sono contenta di non essere stata la sola a trovare sgradevole l’idea di cercare qualcosa di positivo in una campagna nata proprio per raccontare il negativo solitamente non detto. Il positivo è la campagna in sé (non era chiaro?)
Sono meno contenta del fatto che io mi sia trovata a fare questa conversazione non con un account privato qualsiasi, ma con quello, istituzionale, di un nome famoso nel propio campo. È una misura di quanto l’essere accondiscendenti e passivo-aggressivi sia percepito come una normale forma di comunicazione.

Avrei comunque un consiglio per gli uomini che si ritrovino in situazioni del genere: non è sempre necessario pretendere di avere ragione a tutti i costi. Anzi, ci sono tante cose su cui fareste bene a starvene semplicemente zitti.

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Come ho imparato che cos’è il parelio

Quante conoscenze non direttamente espresse in un testo possiamo trovare fra le sue righe?

librarianscape

Qualche tempo fa la biblioteca pubblicò un post sulla propria pagina Facebook per segnalare la digitalizzazione di un’opera molto rara, che descrive un “prodigio” avvenuto nel 1536: la comparsa di tre soli nel cielo.
Indubbio è il fascino dei libri antichi; ma questo documento, proprio per il tema trattato, mi aveva particolarmente incuriosita, e così sono andata a leggere il racconto di questo straordinario evento, premonitore, secondo l’autore del testo, delle più spaventose sciagure:

questi accidentali soli che circondano il nostro sol natural evidentissAnonimo - El gran prodigio di tre soli, Zanelli, Roma, 1536imamente dimostrano la eversione de cita e lochi, il revolgimento de stati e Signorie, le grandi e sanguinose battaglie, la noiosa e grave destruzione de reami, gli ivvisitati e perigliosi terremoti, la plurazion di pestilenzia crudele: lo importabile carico de la Carestia de tutte le cose: le subitanee e improvise morte e finalmente le regedi e aspri castigamenti, le molte angoscie e tribulazione che generalmente patirà…

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Generazioni

È una lettura molto interessante quella dell’articolo La mia generazione di Christian Raimo. Lo potete leggere su Minima & Moralia, pubblicato il 27 luglio.

Alcune cose non le trovo del tutto condivisibili: personalmente non avrei il coraggio di chiedere a qualcuno che abbia oggi la possibilità di andarsene dall’Italia di non farlo (ho visto un sufficiente numero di vite sprecate). Trovo un po’ semplicistica la lettura del disagio psichico che viene fatta nell’articolo (ma non nego affatto il peso del contesto sociale su questo genere di problemi, anzi). Penso che l’essere o meno dei privilegiati sia qualcosa di definibile solo a livello individuale, e non generazionale. Ma a parte questo, credo che molti si possano riconoscere in questo scritto o quanto meno possano rapportarsi a esso con una buona dose di senso.

Persino io che sono di una manciata di anni più vecchia e che per questo ho avuto la fortuna e la sfortuna di entrare in quel vicolo cieco che è la pubblica amministrazione attuale. Ecco un altro esempio che manca nell’articolo: oltre alla fabbrica, quello dell’ufficio. Il posto in cui la possibilità di fare qualcosa di utile prende la forma di una convivenza forzata, di un esercizio di compromesso, di una continua ridefinizione dei limiti tuoi e di quelli altrui. Vedo persone più giovani di me che non hanno vissuto questa esperienza (perché hanno lavorato sempre come liberi professionisti sottopagati, focalizzandosi su progetti a tempo invece che sulla crescita di strutture) esplodere poi in rancorosi deliri di onnipotenza individualista. Credo di capire il loro rancore, e credo anche che siano stati doppiamente ingannati. Nessuna fabbrica e nessun ufficio saranno mai luoghi ideali in cui crescere, ma luoghi in cui muoversi come appartenenti a un gruppo, sì.

Per il resto, l’idea del combattere anche per i propri doveri è un’iperbole etica che non mi dispiace. Ma non lo facciamo già?