Moda, pietre blu, e musei al limite

Nel mio nuovo lavoro (in che senso?) sto cominciando a interessarmi, oltre che di biblioteche, anche di musei. Sto imparando molte cose che non sapevo, e incontrando persone e realtà interessanti.

Ieri ho affrontato il caldo afoso di Firenze per incontrare alcuni operatori di un museo aziendale di moda molto, molto, ma davvero molto importante, e spiegare loro quali sono i vantaggi di una collaborazione con Wikipedia e in quante forme si può declinare. È stato un incontro molto piacevole, ho visto una mostra curatissima sulla storia del palazzo nobiliare in cui ha sede il museo, ho scoperto con piacere quanta apertura mentale alberga in sedi che paiono, a uno sguardo superficiale, inaccessibili.

Pensando che se son rose fioriranno (secondo me lo sono, almeno per coerenza estetica) sono passata al di là dell’Arno per visitare una piccola e inusuale mostra sui lapislazzuli al Museo degli argenti di Palazzo Pitti.

Lazurite bowl (Kremlin exhibition, Moscow 2011)La mostra è deliziosa: sotto prospettive vertiginose affrescate su pareti e soffitto è esposto il lapislazzulo in tutte le sue forme, dal pezzo di pietra grezza, alla lastra lucidata, alle molte coppe cinquecentesche, agli intarsi con pietre semipreziose, fino al pigmento blu oltremare grazie al quale i pittori del passato hanno potuto dipingere il colore blu, ad un esempio di blu Klein che ne è l’erede diretto, e ad alcuni pezzi di gioielleria contemporanea che fanno uso di lapislazzuli.

Un po’ in disparte, alcune foto del fotografo francese Philip Poupin che forse avrebbero potuto essere valorizzate di più, dato che costituiscono un contraltare di realtà bruta alla bellezza dei pezzi esposti. Per fortuna sono visibili anche sul suo sito. Guardatele, perché la bellezza costa sempre il lavoro di qualcuno.

Ma il Museo degli argenti è molto altro (qui una piccola raccolta di immagini) e, dato che sono un’amante dei gioielli, in particolare storici, ho scelto di andare a vedere quelli in particolare.

Sono così amante dei gioielli da aver passato, l’estate scorsa, alcune ore nella sezione gioielli del Victoria & Albert Museum (per non parlare dell’abito da sposa della Westwood indossato da Dita von Teese, ma quella è un’altra storia). La sezione gioielli del V&A è una galleria completamente nera in cui le uniche cose illuminate sono le vetrine in cui sono esposti i pezzi, infiniti e infinitamente vari, di un’arte minore solo per i poveri di spirito. Sono anche reduce dall’aver visitato il relativamente piccolo Museo del gioiello di Vicenza di cui ho apprezzato tantissimo la scelta espositiva.

Insomma avevo già gli occhi pieni di cose belle quando sono salita al mezzanino del Museo degli argenti a Firenze per trovare incredibili stanze affrescate a grottesche particolarmente leggere, davvero in contrasto con la pesantezza tetragona del palazzo, e avere però una brutta sorpresa: molti pezzi bellissimi esposti in vecchie bacheche su un fondo color nulla, illuminati in modo non del tutto sufficiente, con legende quasi illeggibili stampate sulle teche o su fogli A4 infilati dentro buste di plastica da ufficio.

L’impressione generale, per me, è stata che il palazzo si mangiasse l’esposizione, catturando l’attenzione sugli affreschi anziché sulla collezione, che merita sicuramente molto di più. E infatti le sale erano popolate di turisti stremati dal caldo, che scattavano foto a caso e guardavano gli uccellini sul soffitto in attesa di andare a riposare sulle panche monacali del tetrissimo cortile di Palazzo Pitti (impossibile non fare un paragone col cortile interno del Victoria & Albert pieno di bambini schiamazzanti sul prato o a bagno nella fontana centrale).

Mentre siamo ancora in difficoltà a valorizzare il nostro patrimonio analogico, ho letto in questi giorni (qui) che il British Museum ha messo online, scaricabili gratuitamente, alcuni modelli stampabili in 3D di reperti archeologici.

horus_foto2horus_digit2Se non fosse alto 91,5 centimetri, io (chiedo scusa agli antichi egizi) un Horus da giardino me lo stamperei, almeno per provare l’ebbrezza di una conversione analogico-digitale-analogico.

Naturalmente il senso della cosa non è quello di abbellire un giardino. Riuscite a immaginare tutti gli usi didattici e di studio che può avere un’iniziativa del genere? Ad esempio per chi non potrà mai prendere un aereo e andare a vedersi dal vivo tanti bei musei?

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Ricamo (una parentesi)

640px-Magna_Carta_(British_Library_Cotton_MS_Augustus_II.106)Il 1215.
I diritti dei cittadini.
Scritti con lettere ricamate su stoffa.
In prigione.
Su un’enciclopedia esclusivamente digitale.
(Mettete gli elementi nell’ordine che preferite).

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Una collaborazione tra Fondazione BEIC e Wikimedia Italia

Le biblioteche sono naturali alleati di Wikipedia e dei suoi progetti fratelli. Esse, insieme alle gallerie, archivi e musei (i cosiddetti GLAM) sono infatti le principali organizzazioni per la promozione della conoscenza libera. Questi istituti contribuiscono alla diffusione del sapere scientifico e umanistico, allo sviluppo delle competenze informative e incoraggiano il riuso dei materiali. Eppure sono ancora troppo pochi i bibliotecari che si cimentano in quest’avventura di condivisione pubblica della conoscenza.

Ariosto - Orlando Furioso, 1551 - 5918999 FERE001606 00005È uscito sul numero di marzo di Biblioteche Oggi un articolo firmato congiuntamente da Chiara Consonni, responsabile dei servizi e sistemi informativi della Fondazione BEIC e da Federico Leva, dell’associazione Wikimedia Italia, dedicato al Progetto GLAM/BEIC.

L’articolo illustra il senso, le procedure e i risultati finora ottenuti (il progetto è infatti ancora in corso) di uno dei primi casi in Italia in cui un “wikipediano in residenza” collabora in modo ufficiale con una grande istituzione culturale.

Potete leggere qui che cosa sia un “wikipediano in residenza” (di certo qualcuno non meno creativo di un Artist in Residence!).

Potete invece leggere del progetto nella sua interezza, con tutte le sue fasi di lavoro, sulla pagina dedicata di Wikipedia. Sono inoltre disponibili i resoconti periodici delle attività intraprese dai bibliotecari BEIC assieme a Federico Leva.

E se, dopo aver letto l’articolo di Biblioteche Oggi, la biblioteca, il museo, l’archivio in cui lavorate fosse interessato a ragionare su come collaborare coi progetti wiki, che non sono solo Wikipedia, ma un sistema informativo integrato composto da un’enciclopedia multilingue, una biblioteca digitale, un repository internazionale di immagini riutilizzabili e un database di dati strutturati che sta velocemente raggiungendo un ruolo centrale nel grande oceano del web semantico (e anche altro), trovate qui i contatti di Wikimedia Italia.

Oppure, più semplicemente, mandate una mail a virginia.gentilini(at)wikimedia.it  :-)

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