Gelosie, comunità, impatto

Nella giornata di ieri sono usciti due pezzi molto interessanti. Il primo è la riflessione di Luca Corsato Il dio geloso dell’opensource: l’open come paradosso di massima apertura nella massima costrizione. Il secondo è la risposta di Andrea Zanni, Impatto, alla riflessione di Corsato. Consiglio di leggerli entrambi.

Il primo pone delle questioni abbastanza importanti relative alle possibilità / modalità concrete di collaborazione fra comunità open e istituzioni culturali. La mia impressione è che questa congiunzione sia esattamente il futuro di quel mondo rassicurante che conosciamo come musei biblioteche archivi, quindi credo che questa doppia riflessione prefiguri qualcosa di cui parleremo a lungo.

Luca ha probabilmente ragione sulle questioni che pone e, non avendo molto da dire su quali siano (o non siano) le strategie di sviluppo dell’open, mi limito a dire questo:

una Biblioteca Nazionale fa parte della comunità delle biblioteche, e per condividere materiale e conoscenza su Wikipedia senza esserne avulsa e semplicemente “ospite”, dovrebbe compiere lo sforzo di entrare dentro la comunità wikipediana, ma questo obbligherebbe la Biblioteca Nazionale a “sdoppiarsi” rischiando di diventare atipica sia per la comunità d’origine (quella delle biblioteche), sia per quella wikipediana

Esattamente. Il che non significa che la comunità wikipediana (o il suo intermediario parziale, Wikimedia Italia) non debba fare la sua parte per costruire un ponte fra le due che non sia lastricato di ostacoli. Esiste però anche uno spazio marginale che le biblioteche di ogni natura tengono occupato in attività che tradizionalmente fanno parte della loro mission, che andrebbe esplorato. Tutto ciò che non produce più, appunto, impatto (un impatto misurato sul soddisfacimento reale della comunità di riferimento della biblioteca), può essere riconsiderato. Tutto ciò che è inerziale nella gestione di una biblioteca, ereditato, costruito a immagine e somiglianza di professioni del passato, a volte persino di singoli professionisti attivi dentro la biblioteca, può e dovrebbe essere riconsiderato. Molte aree legate alla conservazione, come molte legate a una promozione della lettura di cui non si misura mai l’efficacia, ad esempio, sono probabilmente quantità di lavoro che può essere liberato e riconvertito. Che questo possa comportare una perdita dell’identità tradizionale di un’istituzione è molto probabilmente un bene. Ma fra le due comunità, la open (o meglio le innumerevoli comunità open) e quella dei professionisti della cultura (nello loro molte declinazioni) non esiste certo una condizione di simmetria nella gestione del potere (dei riconoscimenti ufficiali, dei finanziamenti, dei doveri anche). Chiedere alle istituzioni di essere disposte ad affrontare degli ostacoli mi pare dunque legittimo. Un ponte si costruisce partendo da entrambi i lati.

 

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Why I’m Leaving Libraries for the Convent

vgentilini:

Questo mi sembra un pezzo molto bello. In particolare per chi è non cattolico, non conservatore, ma sa che – alla fine dei conti – lavorare in biblioteca è questo.

Originally posted on Library Lost & Found:

Photo of the author with her sisters from the convent Sr. Laura, myself, Sr. Tina (back), Sr. Mary, Sr. Rachel, and Sr. Stacy (front) who attended my going away party at the library and met all of my coworkers

A few months ago I wrote a note to my library contacts that went something like this: “Before word went entirely public, I wanted to pass along a message that I am leaving my position as the Associate Director at the library. While leaving a job is not unusual, the reason that I am leaving is. God willing, in August, I will be entering a Catholic religious order (The Servants of God’s Love).”

Most people responded with, “Congratulations?” To which I replied, “Thank you. Yes, that is the right answer.” One editor of this dear blog, though, responded with, “WOW! This sounds great!… Any chance you could write one more blog post about this decision?”

So, here I am, blogging one…

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Moda, pietre blu, e musei al limite

Nel mio nuovo lavoro (in che senso?) sto cominciando a interessarmi, oltre che di biblioteche, anche di musei. Sto imparando molte cose che non sapevo, e incontrando persone e realtà interessanti.

Ieri ho affrontato il caldo afoso di Firenze per incontrare alcuni operatori di un museo aziendale di moda molto, molto, ma davvero molto importante, e spiegare loro quali sono i vantaggi di una collaborazione con Wikipedia e in quante forme si può declinare. È stato un incontro molto piacevole, ho visto una mostra curatissima sulla storia del palazzo nobiliare in cui ha sede il museo, ho scoperto con piacere quanta apertura mentale alberga in sedi che paiono, a uno sguardo superficiale, inaccessibili.

Pensando che se son rose fioriranno (secondo me lo sono, almeno per coerenza estetica) sono passata al di là dell’Arno per visitare una piccola e inusuale mostra sui lapislazzuli al Museo degli argenti di Palazzo Pitti.

Lazurite bowl (Kremlin exhibition, Moscow 2011)La mostra è deliziosa: sotto prospettive vertiginose affrescate su pareti e soffitto è esposto il lapislazzulo in tutte le sue forme, dal pezzo di pietra grezza, alla lastra lucidata, alle molte coppe cinquecentesche, agli intarsi con pietre semipreziose, fino al pigmento blu oltremare grazie al quale i pittori del passato hanno potuto dipingere il colore blu, ad un esempio di blu Klein che ne è l’erede diretto, e ad alcuni pezzi di gioielleria contemporanea che fanno uso di lapislazzuli.

Un po’ in disparte, alcune foto del fotografo francese Philip Poupin che forse avrebbero potuto essere valorizzate di più, dato che costituiscono un contraltare di realtà bruta alla bellezza dei pezzi esposti. Per fortuna sono visibili anche sul suo sito. Guardatele, perché la bellezza costa sempre il lavoro di qualcuno.

Ma il Museo degli argenti è molto altro (qui una piccola raccolta di immagini) e, dato che sono un’amante dei gioielli, in particolare storici, ho scelto di andare a vedere quelli in particolare.

Sono così amante dei gioielli da aver passato, l’estate scorsa, alcune ore nella sezione gioielli del Victoria & Albert Museum (per non parlare dell’abito da sposa della Westwood indossato da Dita von Teese, ma quella è un’altra storia). La sezione gioielli del V&A è una galleria completamente nera in cui le uniche cose illuminate sono le vetrine in cui sono esposti i pezzi, infiniti e infinitamente vari, di un’arte minore solo per i poveri di spirito. Sono anche reduce dall’aver visitato il relativamente piccolo Museo del gioiello di Vicenza di cui ho apprezzato tantissimo la scelta espositiva.

Insomma avevo già gli occhi pieni di cose belle quando sono salita al mezzanino del Museo degli argenti a Firenze per trovare incredibili stanze affrescate a grottesche particolarmente leggere, davvero in contrasto con la pesantezza tetragona del palazzo, e avere però una brutta sorpresa: molti pezzi bellissimi esposti in vecchie bacheche su un fondo color nulla, illuminati in modo non del tutto sufficiente, con legende quasi illeggibili stampate sulle teche o su fogli A4 infilati dentro buste di plastica da ufficio.

L’impressione generale, per me, è stata che il palazzo si mangiasse l’esposizione, catturando l’attenzione sugli affreschi anziché sulla collezione, che merita sicuramente molto di più. E infatti le sale erano popolate di turisti stremati dal caldo, che scattavano foto a caso e guardavano gli uccellini sul soffitto in attesa di andare a riposare sulle panche monacali del tetrissimo cortile di Palazzo Pitti (impossibile non fare un paragone col cortile interno del Victoria & Albert pieno di bambini schiamazzanti sul prato o a bagno nella fontana centrale).

Mentre siamo ancora in difficoltà a valorizzare il nostro patrimonio analogico, ho letto in questi giorni (qui) che il British Museum ha messo online, scaricabili gratuitamente, alcuni modelli stampabili in 3D di reperti archeologici.

horus_foto2horus_digit2Se non fosse alto 91,5 centimetri, io (chiedo scusa agli antichi egizi) un Horus da giardino me lo stamperei, almeno per provare l’ebbrezza di una conversione analogico-digitale-analogico.

Naturalmente il senso della cosa non è quello di abbellire un giardino. Riuscite a immaginare tutti gli usi didattici e di studio che può avere un’iniziativa del genere? Ad esempio per chi non potrà mai prendere un aereo e andare a vedersi dal vivo tanti bei musei?

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