“Tutti lì, in biblioteca a fare non si sa bene cosa”

Quando abbiamo cominciato a pensare che dispensare sguardi e sorrisi a chi viene da un altro paese e non conosce la nostra lingua fosse sufficiente. Che ospitare al caldo d’inverno e al fresco d’estate chi non ha una casa, chi non ha un lavoro, chi ha problemi psichici potesse bastare. Quando seguendo l’idea che le biblioteche devono rispecchiare la nostra società (davvero? abbiamo aspirazioni e modelli così bassi?) abbiamo aperto le porte a tutti (sacrosanto, sia chiaro) e abbiamo lasciato tutti lì, in biblioteca a fare non si sa bene cosa, riproponendo esattamente quello che succede fuori: aree di emarginazione, insofferenze, non risposte ai bisogni.

Potete leggere il post di Denise Picci nella sua interezza qui.

Quando abbiamo deciso che le biblioteche dovevano essere generaliste

È una cosa a cui avevo già pensato tempo fa, ed è difficile non farlo se avete la fortuna di vedere lo scorrere di acquisti librari di una biblioteca medio-grande di pubblica lettura.

A un certo punto della costituzione delle biblioteche pubbliche (nel senso delle civiche, non specialistiche, indirizzate ai cittadini e non a studiosi o specialisti di qualche disciplina), si è deciso che il loro orizzonte dovessere essere generalista: libri su tutti gli argomenti, che rappresentassero almeno con una certa estensione tutti i punti di vista, per tutti i tipi di interessi. Suona ancora perfetto, nella sua lontananza da un’idea paternalistica o censoria di selezione preventiva. La selezione doveva esserci, ma su parametri di qualità che si muovevano all’interno di confini definiti in modo, appunto, così vasto.

Ieri l’account Twitter della Regione Marche, documentando lo stato dei lavori per l’emergenza terremoto di pochi giorni fa, ha pubblicato un annuncio che ha suscitato immediatamente molte reazioni negative (si legge ancora qui, e prosegue qui).

omeopatiaterremotoNe ha scritto anche La Stampa con un articolo abbastanza equilibrato, se non fosse per quell’ “alcuni scienziati” nel titolo che ci si poteva anche risparmiare. Non si tratta di alcuni, ma di tutti.

L’omeopatia è una truffa. Siccome né io, né la maggioranza di voi siamo degli scienziati e abbiamo diritto ad opinioni su questo, tocca rifarsi a quanto dicono persone che ne sanno di più. Una sintesi si trova su Wikipedia. Per lo meno, è la fonte migliore che potremo leggere tutti, uscendo dalle nostre bolle personali di convinzioni, pregiudizi, racconti di persone di cui ci fidiamo. (Se avete argomenti migliori, Wikipedia è lì perché ce le aggiungiate, ma bisogna che siano fonti, non opinioni).

L’omeopatia è consentita perché l’effetto placebo su alcune persone funziona, perché l’acqua e lo zucchero difficilmente hanno effetti avversi tali da far partire delle denunce, e probabilmente perché aiutano le farmacie ad arrivare a fine mese (per le case produttrici si tratta d’altro: profitto). Il suo effetto avverso sta da un’altra parte: sfrutta l’ignoranza delle persone e la rafforza. Nei casi peggiori, ritarda cure reali e produce in questo modo danni alla salute. Sentire un ente pubblico associare un tema del genere a un dramma come quello del terremoto è particolarmente grave.

In biblioteca abbiamo libri su tutto, terapie “alternative” comprese. Sarebbe ora di chiedersi a quale scopo. Siamo stati generalisti nel senso che abbiamo comprato di tutto, anche da case editrici che non meriterebbero di sopravvivere un altro giorno. Lo siamo stati in nome della non-censura (mentre censuravamo un sacco di generi, la letteratura rosa, quella pornografica, le case editrici di estrema destra). La cosiddetta selezione basata sulla qualità resta qualcosa di vago e non verificabile, oltre al fatto che nelle biblioteche italiane non sempre lavorano dei professionisti e quindi non si capisce sulla base di quali criteri e conoscenze avrebbero potuto farla.

Offrire di tutto, anche ciò che rafforza l’ignoranza scientifica già elevatissima di un paese, è una responsabilità. Come ogni volta che è in ballo una responsabilità, rischiare non è facile, ma sarebbe doveroso. E credo che si potrebbe uscire dalla dicotomia censura/non censura esplicitando serenamente – ad esempio – i criteri che si vogliono adottare per escludere qualcosa da una collezione. (Come effetto secondario, ci salveremmo anche dalla noia mortale di carte delle collezioni che sembrano fatte col ciclostile). Dei criteri di inclusione ed esclusione sono criticabili e modificabili se sono esplicitati, perché se ne può leggere il piano culturale che ci sta dietro. Forse, se chi dirige le biblioteche non si assume questa responsabilità, i cittadini avranno alla fine l’impressione che di progetti culturali dietro non ce ne siano proprio, e che in fondo le biblioteche siano soldi sprecati come quelli usati per comprare acqua e zucchero e ingannare le persone.

Comunque, non smetterò mai di consigliare di leggere Goldacre (l’ultimo libro di cui parlo qui, in particolare).

Corpo, cultura e tenute da spiaggia

Avvertenza: questo post non tratta di biblioteche (diciamo che non ne tratta al 99%). Se a questo siete interessati, utilizzerete meglio il vostro tempo in un altro modo :-)

Questa mattina ho deciso di uscire a fare una camminata. Anche se in città, ho cercato un abbigliamento comodo e dal mio armadio – nell’angolo delle magliette vecchie – è uscita una canottiera bianca che mi è parsa adatta. L’ho indossata e mi sono guardata allo specchio: non ricordavo fosse così aderente e, dopo gli ultimi preparativi per casa, l’ho sostituita con un t-shirt più ampia.

Il clima bolognese mi ha fatto subito desistere dal mio intento. Ho visto un bus e ci sono salita sopra, diretta all’ipermercato più vicino, in compagnia del tipico pubblico degli autobus agostani bolognesi delle mie parti, non più di due persone per vettura della stessa etnia, le tenute più varie, bambini di ogni colore eccetera. Guardando un trio di signore velate mi sono resa conto all’improvviso del perché la canottiera aderente mi fosse sembrata in qualche modo inadatta.

Ho 49 anni, col tempo è improbabile che il seno si riduca, anzi, e con quella canottiera il mio si vedeva troppo. Girare con un top così aderente implica alcune cose, la prima: sentirsi in obbligo di controllare la postura. Se stai gobba rischi di sembrare un sacco. Se stai dritta forse sembri ancora una giovane piacente signora. Quindi è difficile che indosserai quell’indumento stando rilassata, o normale, insomma come sei.

La seconda cosa è essere esposta agli sguardi. Quando ero una bambina capitava ancora abitualmente che gli uomini maturi ti si strusciassero contro in autobus. Ora una cosa del genere è quasi inimmaginabile, ma se si parla di sguardi le cose cambiano. D’altra parte è la mia scelta di indossare qualcosa di aderente a implicare che uno sguardo – uno sguardo qualunque – veda più a fondo. Nel posto in cui vivo è molto raro che vengano fatti apprezzamenti verbali in pubblico nei confronti di una signora, ma ogni volta che mi trovo in situazioni potenzialmente di questo genere, ricordo invece chiaramente il modello del complimento/insulto che arrivava talvolta quando ero giovane. (Complimento/insulto: prima battuta consistente in un apprezzamento, seguita, nel caso in cui la risposta da parte dell’apprezzata non sia confacente alle aspettative del maschio, da un insulto rivolto allo stesso aspetto fisico che un secondo prima sembrava essere stato apprezzato. Non riesco a immaginare nulla di più rivelatorio di quanto siano malati i rapporti fra i sessi. Niente di più significativo rispetto alla condizione mai risolta in cui una donna si trova costantemente: detto banalmente, come fa, sbaglia).

Ora, dall’alto dei miei anni non voglio trovarmi in questo genere di situazioni. Non me ne voglio neppure ricordare. Ma soprattutto, ho fatto le mie esperienze e so già quanto valgo sessualmente, e non ho bisogno di conferme da sguardi esterni. Non voglio dibattermi fra il dubbio di come appaio, il desiderio di uno sguardo approvante, il timore di uno offensivo. Non me ne importa proprio niente, signori, perciò non sarò in mostra né mi nasconderò. Non cancellatemi neppure una ruga, me le sono meritate tutte.

La storia della moda insegna alcune cose: ad esempio che i significati culturali degli oggetti che riguardano il corpo umano variano secondo una quasi infinita pluralità di sfumature, e sono più spesso slegati dalla funzione pratica originaria piuttosto che il contrario. La fantasia mimetica ha un connotato così forte (l’uniforme militare) da farne un oggetto ideale di ironia (il mimetico virato sul fucsia per la borsetta). L’anfibio è stata la scarpa dei militari, della sinistra punk e della destra estrema, in ognuno di questi casi con lunghe sottospecifiche di significati diversi (dal cuoio nero ai fiorellini su fondo bianco, dalla fricchettoneria all’assonanza col fetish).

Che cosa penso della signora 49enne (o 79enne) con l’abitino aderentissimo? Non penso nulla, almeno fino a che non so quale significato ha per lei. Si tratta di una donna poco consapevole della sua età? Lo è tanto ma ha un enorme senso dell’ironia? Vuole rifarsi di una vita di brutture? Sta sfidando se stessa dopo una dieta che le ha ridato la salute? È una vittima passiva delle aspettative maschili? Qualcosa d’altro che, appunto, sa solo lei?

Le poche volte che in passato mi sono trovata in spiaggia, indossavo un bikini, come tutte le donne bianche occidentali al di sotto di una certa età. Il bikini – a meno che non abbiate un fisico particolarmente esile – è un indumento molto scomodo. Costringe a stare in guardia continuamente perché non salti fuori qualcosa che si presume resti coperto (un seno, una parte non depilata). Io mi ci sono sempre sentita in grande imbarazzo, perché non mi piaceva come mi stava e perché temevo lo sguardo giudicante dei maschi. Il maschio in spiaggia esibisce pance e gambe pelose. La donna bianca occidentale tenta di nasconderle, ma denudandosi. Al di sopra dell’imbarazzo c’era – cosa probabilmente più interessante e meno comune – anche una specie di meta-imbarazzo: nella cultura del mio gruppo umano una donna non deve vergognarsi di esibire il proprio corpo, perché questo è un segno di libertà; io, invece, non vedevo l’ora di rimettere i pantaloni. Non rispettavo intimamente le regole del mio gruppo di riferimento e me ne vergognavo.

Ora, di nuovo dall’alto della mia età, sono tutti problemi risolti: il mare non mi piace, non mi piace stare con mutande di plastica piene di sabbia a chiedermi se sono adeguatamente depilata, e al mare non ci vado più.

Il problema del pelo di troppo che esce dalle mutande pare peraltro essere stato risolto di recente dalla moda della depilazione totale. Donne che in piena libertà decidono di farsi strappare tutti i peli del pube, sopportarne il dolore, le irritazioni e il prurito della ricrescita per sembrare glabre (pulite? bambine?). Certo la manutenzione ordinaria dell’uscita in bikini resta piuttosto costosa, ma se volete sembrare glabre, più pulite o più bambine, per me restate libere di farlo. Anche se personalmente mi piacerebbe sapere qual è la vostra individuale motivazione e discuterne con voi.

Alla fine la questione è (quasi) semplice: sono contraria alle imposizioni per legge di un genere di abbigliamento (ad esempio Il velo o il burqini), e sono contraria al fatto di vietarlo. Sia che sia imposto, sia che sia proibito, lo spazio per la scelta non c’è.

Preferirei donne che possano scegliere se evitare la scomodità degli indumenti attillati e il pericolo del sole, nascondere il proprio corpo come un regalo prezioso, esibirlo come la cosa più bella sulla faccia della terra, usarlo per sollecitare esperienze sessuali, denudarsi per stare al sole a prescindere da pancia e peli, e tutti gli altri significati che non posso immaginare perché stanno nella testa delle singole donne.

Sono contraria anche al fatto di dirmi “libera” perché sposo l’idea che nudo = libero. Non mi sono mai sentita più libera quando ero più nuda, anzi, mi sono sentita solo più scomoda e più schiava delle aspettative di altri. Vorrei anche donne occidentali più consapevoli e meno supponenti, che sappiano che come la fantasia mimetica della loro borsetta non è militarista, non ha un significato assoluto neppure la forma del loro costume da bagno, o quello delle donne di altre culture. E vorrei uomini che riflettano pubblicamente su queste cose (perché il maschilismo è un problema dei maschi, non delle femmine), ma che magari lo facciano dopo aver preso in considerazione anche una serie di cose che per le donne occidentali sono normali: essere palpeggiati in autobus da bambini; essere insultati per il proprio aspetto un secondo dopo essere stati apprezzati; rischiare di essere aggrediti sessualmente da sconosciuti, parenti o partner (ed è solo l’inizio della lista).

Le sfumature sono ovunque. I significati culturali sono nascosti ovunque, e spesso sono sfuggenti e contraddittori. L’impurità presunta del corpo femminile è un’idea odiosa, ma che non si risolve sul terreno di scontro dei costumi da bagno. Anche perché, così facendo, forse ci dimentichiamo delle donne.