La funzione decorativa della lettura

Per fortuna c’è qualcuno che dice cose sulle biblioteche pubbliche che io non ho più forze per dire.

librarianscape

Ho cominciato a lavorare come bibliotecaria vent’anni fa.
Era giusto il mese di aprile, e dal primo giorno fui assegnata a due specifiche mansioni: la sezione ragazzi al mattino (come era naturale, essendo io una donna, e quindi portatrice di innata vocazione per i bambini; i bibliotecari maschi e il direttore erano al piano di sotto ad occuparsi di faccende più virili, il pubblico adulto e l’acquisto di libri); il pomeriggio mi spostavo in un punto di prestito di una frazione vicina: una stanza quadrata al piano terra, sotto la scuola elementare, con otto scaffali e quattro tavoli.
In quella biblioteca, aperta dalle 14.00 alle 18.00 tutti i pomeriggi, venivano 15 utenti a giorni alterni, tutti insieme, e ci restavano per quindici minuti: i bambini della scuola elementare durante la ricreazione. Per il resto del tempo l’unica frequentatrice della biblioteca era l’anziana bidella della scuola, una donna grigia i cui…

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Cancellare graffiti: che cos’è un’opera libera

20160312_150856Proprio in queste ore nel mio quartiere l’artista Blu (assieme ad altri) sta cancellando dai muri grandi e bellissimi graffiti, alcuni dei quali io definirei quasi storici, che davano un ben definito carattere a diverse delle zone in cui mi capita di passare. Qui la notizia dell’ANSA.

Si tratta di un atto di protesta contro la mostra sulla street art in apertura a breve a Bologna (il 18 marzo, a me non dispiacerebbe andarci). In mostra saranno esposti anche pezzi “staccati” da muri in giro per il mondo, c’è chi dice a scopo conservativo, c’è chi dice a scopo di lucro (il biglietto della mostra che appunto io andrei a pagare, ad esempio).

La cosa è complicata dal fatto che innegabilmente la street art nasce per essere in strada e in strada vivere, rovinarsi e sparire come un mandala. E anche dal fatto che si dice che per una mostra di questa natura sarebbero state sufficienti delle fotografie delle opere. Tutto abbastanza giusto, anche se è vero che niente di ciò che vediamo nei musei oggi si trova nel contesto per il quale era stato concepito nel suo momento storico (a me, peraltro, va benissimo anche una riproduzione digitale in alta definizione di un Van Gogh, per dire).

Anche se l’affermazione che Blu avrebbe rivolto alla polizia municipale “È un muro vecchio e brutto, stiamo solo sistemando” ha la sua apprezzabile ironia, la decisione di cancellare opere non toccate direttamente dalla mostra, a costo di rendere un quartiere peggiore di quanto fosse prima, mi pare discutibile. E non solo perché restituisce muri brutti e scrostati a luoghi che già lussuosi non sono, ma perché svela un’ingenuità che io riesco solo a definire con questa domanda: a chi appartengono i graffiti?

Non sono certa che i loro autori si sentirebbero a proprio agio nell’affermare apertamente che i graffiti “appartengono” a loro, ma è esattamente questo il significato che questo gesto mostra di avere: io vi ho dato quest’opera, io ve la tolgo. E se invece io venissi lì a dirti che siccome è un’opera per la strada del mio quartiere io non voglio che tu me la tolga? Sarei la persona che ostacola la tua libertà di protestare o la persona che difende l’arte e il suo quartiere?

La grande ambiguità dell’essere libera (diciamo la grande libertà dell’essere libera) , per un’opera, sta nel fatto che ciascuno ci fa quello che gli pare. La può guardare. Ci può fare i soldi. La può portare in giro (se la legge gli permette di farlo) in modo che la possa vedere anche chi non è così fortunato da poter viaggiare per le periferie del mondo. Se la distruggi, affermi di esserne il padrone e di poterne disporre a tuo piacimento.

Se non ti piace la mostra e il modo in cui è stata concepita, protesta contro la mostra, non contro la mia libertà di godere della tua arte.

Nota: l’immagine è una foto del manifesto di un’opera di Blu che tengo in casa mia. Non è una gran foto, ma è l’unica cosa che resti da queste parti.

 

Che cosa mi piace dei Colouring Book della Bodleian Library

tumblr_inline_o1mdsxa1zz1rs13co_500La Bodleian Library ha appena pubblicato un Colouring Book (sì, l’idea è proprio di questo genere) con immagini tratte dalle proprie collezioni storiche, scaricabile gratuitamente per tutti.

L’iniziativa fa parte in realtà di un progetto a cui partecipano diverse biblioteche e musei (eccone una lista su Twitter) che, nei prossimi giorni, daranno vita alla gara #ColorOurCollections Week, in cui chiunque sia appassionato di questo genere di passatempo è invitato a scaricare immagini, stamparle, colorarle in piena libertà e ripubblicarle utilizzando l’hashtag indicato.

Ecco che cosa mi piace di #ColorOurCollections Week:

  • Amo le arti decorative. È probabile che in un qualunque museo dalle collezioni eterogenee io sia quella che si fissa a osservare una ciotola di ceramica o un vecchio anello deformato dal tempo. Amo ancora di più le arti che hanno un corripettivo fisico importante, o su cui si possono “mettere le mani”. La più bella mostra che abbia mai visto? Probabilmente quella di Yohji Yamamoto al Museo del Costume di Firenze. La più recente? Era un negozio, questo.
  • Si colora! Per una persona della mia generazione che, quando era alle elementari, era perseguitata dalla tristezza dei pastelli perché i pennarelli non erano considerati sufficientemente “artistici” (proprio negli anni in cui Pazienza li usava nei suoi lavori!), il recupero del pennarello è una gioia infantile di tutto rispetto.
  • L’operazione è all’insegna dell’assenza di qualunque timore reverenziale per le opere del passato. Stampate i fogli e pasticciateci sopra: nessuno si sentirà offeso per questo. I tesori del passato sono lì per essere usati, e che li si usi anche per giocare non toglie nulla al loro valore storico o al ruolo che hanno nella storia della cultura. Per gli studiosi, ci sono le digitalizzazioni ad accesso aperto online.
  • Nessuno chiede denaro in cambio della riproduzioni delle immagini. Diversamente, farebbe qualcosa di non molto diverso dal gioco degli editori di riviste accademiche che fanno pagare alle biblioteche (cioè ai cittadini) quello che i cittadini hanno già pagato una volta finanziando la ricerca pubblica. Nessun conservatore, in questo caso, pare considerare “suoi” i lavori che la sua istituzione custodisce. A ragione, perché quei lavori sono miei, vostri, loro, ma di sicuro non “dell’istituzione” che, piuttosto, ne è al servizio.
  • Oltre che essere un esempio di buona comunicazione, sospetto che seguire i contorni di mani che hanno lavorato secoli fa possa essere un modo non banale di capire che cosa sia l’arte. Ma forse questa è un mia visione del tutto personale (vedi il primo punto).

Poi, volendo essere pignoli, c’è anche qualcosa che non mi piace, di #ColorOurCollections Week. Lo vedete in fondo, in piccolo, in questa immagine (linkata alla pagina originale):

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La riproduzione è pubblicata dalla Bodleian Library con una licenza Creative Commons BY-NC-SA. È un buon compromesso, intendiamoci, per garantire la riconoscibilità dell’istituzione che se ne è fatta carico. È una licenza abbastanza aperta. Non lo è del tutto perché l’istituzione si riserva il diritto di essere l’unica a sfruttarne le potenzialità economiche (con la clausola NC, Not Commercial). Infatti, nella pagina dedicata agli Imaging Services, scopriamo che riproduzioni di alta qualità vengono vendute a chi ne faccia richiesta e, nelle Copyright Restrictions che

The Bodleian Libraries own and retain the copyright on all reproductions produced at all times. This is separate from the original copyright of the material.

draghiRipeto che è un buon compromesso, ma anche come buon compromesso viola l’autoevidenza del fatto che se un’opera è in pubblico dominio, è in pubblico dominio, e in nessun modo è culturalmente e concettualmente accettabile l’idea che i diritti di opere così antiche siano di una biblioteca anziché di tutti.

Ad ogni modo, ecco il mio personale contributo, dotato di mostri psichedelici. Non è venuto benissimo, ma posso sempre ristamparlo e ricominciare da capo!