Che cosa mi piace dei Colouring Book della Bodleian Library

tumblr_inline_o1mdsxa1zz1rs13co_500La Bodleian Library ha appena pubblicato un Colouring Book (sì, l’idea è proprio di questo genere) con immagini tratte dalle proprie collezioni storiche, scaricabile gratuitamente per tutti.

L’iniziativa fa parte in realtà di un progetto a cui partecipano diverse biblioteche e musei (eccone una lista su Twitter) che, nei prossimi giorni, daranno vita alla gara #ColorOurCollections Week, in cui chiunque sia appassionato di questo genere di passatempo è invitato a scaricare immagini, stamparle, colorarle in piena libertà e ripubblicarle utilizzando l’hashtag indicato.

Ecco che cosa mi piace di #ColorOurCollections Week:

  • Amo le arti decorative. È probabile che in un qualunque museo dalle collezioni eterogenee io sia quella che si fissa a osservare una ciotola di ceramica o un vecchio anello deformato dal tempo. Amo ancora di più le arti che hanno un corripettivo fisico importante, o su cui si possono “mettere le mani”. La più bella mostra che abbia mai visto? Probabilmente quella di Yohji Yamamoto al Museo del Costume di Firenze. La più recente? Era un negozio, questo.
  • Si colora! Per una persona della mia generazione che, quando era alle elementari, era perseguitata dalla tristezza dei pastelli perché i pennarelli non erano considerati sufficientemente “artistici” (proprio negli anni in cui Pazienza li usava nei suoi lavori!), il recupero del pennarello è una gioia infantile di tutto rispetto.
  • L’operazione è all’insegna dell’assenza di qualunque timore reverenziale per le opere del passato. Stampate i fogli e pasticciateci sopra: nessuno si sentirà offeso per questo. I tesori del passato sono lì per essere usati, e che li si usi anche per giocare non toglie nulla al loro valore storico o al ruolo che hanno nella storia della cultura. Per gli studiosi, ci sono le digitalizzazioni ad accesso aperto online.
  • Nessuno chiede denaro in cambio della riproduzioni delle immagini. Diversamente, farebbe qualcosa di non molto diverso dal gioco degli editori di riviste accademiche che fanno pagare alle biblioteche (cioè ai cittadini) quello che i cittadini hanno già pagato una volta finanziando la ricerca pubblica. Nessun conservatore, in questo caso, pare considerare “suoi” i lavori che la sua istituzione custodisce. A ragione, perché quei lavori sono miei, vostri, loro, ma di sicuro non “dell’istituzione” che, piuttosto, ne è al servizio.
  • Oltre che essere un esempio di buona comunicazione, sospetto che seguire i contorni di mani che hanno lavorato secoli fa possa essere un modo non banale di capire che cosa sia l’arte. Ma forse questa è un mia visione del tutto personale (vedi il primo punto).

Poi, volendo essere pignoli, c’è anche qualcosa che non mi piace, di #ColorOurCollections Week. Lo vedete in fondo, in piccolo, in questa immagine (linkata alla pagina originale):

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La riproduzione è pubblicata dalla Bodleian Library con una licenza Creative Commons BY-NC-SA. È un buon compromesso, intendiamoci, per garantire la riconoscibilità dell’istituzione che se ne è fatta carico. È una licenza abbastanza aperta. Non lo è del tutto perché l’istituzione si riserva il diritto di essere l’unica a sfruttarne le potenzialità economiche (con la clausola NC, Not Commercial). Infatti, nella pagina dedicata agli Imaging Services, scopriamo che riproduzioni di alta qualità vengono vendute a chi ne faccia richiesta e, nelle Copyright Restrictions che

The Bodleian Libraries own and retain the copyright on all reproductions produced at all times. This is separate from the original copyright of the material.

draghiRipeto che è un buon compromesso, ma anche come buon compromesso viola l’autoevidenza del fatto che se un’opera è in pubblico dominio, è in pubblico dominio, e in nessun modo è culturalmente e concettualmente accettabile l’idea che i diritti di opere così antiche siano di una biblioteca anziché di tutti.

Ad ogni modo, ecco il mio personale contributo, dotato di mostri psichedelici. Non è venuto benissimo, ma posso sempre ristamparlo e ricominciare da capo!

 

 

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Gradi di separazione: Aaron (3)

Aaron Swartz (Chicago, 8 novembre 1986 – New York, 11 gennaio 2013).


Quando Aaron morì, nella marea di articoli e commenti online da cui il suo mondo fu sommerso, trovai una prova della teoria dei 6 gradi di separazione che mi colse del tutto di sorpresa. danah boyd, ricercatrice statunitense che lo aveva fra i suoi amici, ne scrisse ripetutamente (qui e, poco dopo, qui) con la profondità che le è consueta e con una capacità ammirevole di andare oltre il suo dolore personale, cosa non certo dovuta in quella circostanza.

Naturalmente io non “conosco” danah boyd nel senso pre-internet del termine. Ma l’avevo incontrata una volta (nel mondo fisico) e questo mi aveva già fatto sentire abbastanza a mio agio da mandarle mail private su cose che aveva detto o scritto. Prima della morte di Aaron. Quindi in quell’occasione le scrissi di nuovo, rischiando l’invadenza e l’inopportunità, principalmente per un senso di solidarietà personale. I gradi di separazione fra me e Aaron si rivelarono essere = 1. Mi sembrò una cosa pazzesca, data l’oggettiva distanza di tempo/spazio/formazione/qualunque altra cosa.

Dopo 3 anni, e molti eventi e altrettanti incontri che certamente non posso imputare ad Aaron ma che la sua vicenda ha certamente contribuito ad accellerare, mi muovo in un modo diverso. Se muore qualcuno del nostro mondo, mettiamo un Ian Murdock, prima di parlarne coi miei amici chiedo loro se lo conoscevano personalmente perché so che, per quanto non probabile, è una cosa sempre possibile, o che sarebbe potuta accadere se il tempo non si fosse fermato per una delle parti.

Sono tornata a leggere quello che avevo scritto a danah in quel triste gennaio del 2013. La ringraziavo per aver parlato in pubblico dei suoi sentimenti, per aver ragionato in pubblico, per aver scritto. Forse il motivo per cui le avevo mandato quell’email non era solo solidarietà o simpatia personale, ma solidarietà collettiva, o almeno così ho imparato a pensarla nel tempo che è seguito.

Ho la fortuna di frequentare molte persone più giovani di me, con le quali ha senso parlare del “come si viveva prima di internet”. Beh, mettiamoci tranquilli, si viveva di merda. Si viveva considerando come propri migliori amici i compagni di scuola. Si sposava qualcuno che viveva nella propria città, tendenzialmente della stessa età, che si era incontrato in qualche occasione sociale basata su interessi comuni (immaginatela in termini di insiemistica: non vi sentite soffocare dalla limitatezza?). Si ascoltava la stessa musica dei propri amici. Si aveva i loro stessi interessi, a meno di non voler passare una vita intera senza incontrare un altro essere umano con la stessa passione per il proprio strambo hobby. Quando si era soli, si era definitivamente soli, perché non c’erano altre porte da aprire.
Naturalmente, è una bellissima cosa restare amici coi compagni di scuola e avere la fortuna di innamorarsi del vicino di casa. Ma io abito in una città a cui sono affezionata ma che non amo (diciamo brevemente che è stata molto avara di opportunità con me). Abito in questa città, ma non ci vivo. Non la frequento particolarmente, non sono aggiornata sugli ultimi locali che hanno aperto, non amo il modo in cui si racconta. Vivo altrove, con persone che incontro raramente ma con cui posso comunicare e lavorare e ragionare continuamente. Abito anche un mondo molto più vasto, un mondo potenziale a cui so che posso affacciarmi dicendo chi sono e che cosa faccio e trovando risposta. Un mondo che è quasi sempre a grado di separazione = 1.

Non amo le figure degli eroi, non sopporto neppure che si usino le facce dei partigiani morti combattendo il fascismo per farci le magliette il 25 aprile. Quindi non parlerò di Aaron come di un eroe: Aaron dovrebbe essere vivo oggi e noi dovremmo essere qui a parlare di qualcos’altro. Ma nella limitatezza di quello che posso dire di lui, so che gli devo anche la consapevolezza di vivere in un mondo collettivo, un mondo migliore di qualunque altro abbia incontrato prima.

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Libertà di panorama in Italia: una petizione

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Non avete mai sentito parlare di libertà di panorama? Ecco di che cosa si tratta.

Credete di poter fotografare uno dei tanti monumenti italiani e fare qualunque uso di quell’immagine? Vi sbagliate. Ecco perché ed ecco che cosa si può fare per cambiare la situazione.

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