Corpo, cultura e tenute da spiaggia

Avvertenza: questo post non tratta di biblioteche (diciamo che non ne tratta al 99%). Se a questo siete interessati, utilizzerete meglio il vostro tempo in un altro modo :-)

Questa mattina ho deciso di uscire a fare una camminata. Anche se in città, ho cercato un abbigliamento comodo e dal mio armadio – nell’angolo delle magliette vecchie – è uscita una canottiera bianca che mi è parsa adatta. L’ho indossata e mi sono guardata allo specchio: non ricordavo fosse così aderente e, dopo gli ultimi preparativi per casa, l’ho sostituita con un t-shirt più ampia.

Il clima bolognese mi ha fatto subito desistere dal mio intento. Ho visto un bus e ci sono salita sopra, diretta all’ipermercato più vicino, in compagnia del tipico pubblico degli autobus agostani bolognesi delle mie parti, non più di due persone per vettura della stessa etnia, le tenute più varie, bambini di ogni colore eccetera. Guardando un trio di signore velate mi sono resa conto all’improvviso del perché la canottiera aderente mi fosse sembrata in qualche modo inadatta.

Ho 49 anni, col tempo è improbabile che il seno si riduca, anzi, e con quella canottiera il mio si vedeva troppo. Girare con un top così aderente implica alcune cose, la prima: sentirsi in obbligo di controllare la postura. Se stai gobba rischi di sembrare un sacco. Se stai dritta forse sembri ancora una giovane piacente signora. Quindi è difficile che indosserai quell’indumento stando rilassata, o normale, insomma come sei.

La seconda cosa è essere esposta agli sguardi. Quando ero una bambina capitava ancora abitualmente che gli uomini maturi ti si strusciassero contro in autobus. Ora una cosa del genere è quasi inimmaginabile, ma se si parla di sguardi le cose cambiano. D’altra parte è la mia scelta di indossare qualcosa di aderente a implicare che uno sguardo – uno sguardo qualunque – veda più a fondo. Nel posto in cui vivo è molto raro che vengano fatti apprezzamenti verbali in pubblico nei confronti di una signora, ma ogni volta che mi trovo in situazioni potenzialmente di questo genere, ricordo invece chiaramente il modello del complimento/insulto che arrivava talvolta quando ero giovane. (Complimento/insulto: prima battuta consistente in un apprezzamento, seguita, nel caso in cui la risposta da parte dell’apprezzata non sia confacente alle aspettative del maschio, da un insulto rivolto allo stesso aspetto fisico che un secondo prima sembrava essere stato apprezzato. Non riesco a immaginare nulla di più rivelatorio di quanto siano malati i rapporti fra i sessi. Niente di più significativo rispetto alla condizione mai risolta in cui una donna si trova costantemente: detto banalmente, come fa, sbaglia).

Ora, dall’alto dei miei anni non voglio trovarmi in questo genere di situazioni. Non me ne voglio neppure ricordare. Ma soprattutto, ho fatto le mie esperienze e so già quanto valgo sessualmente, e non ho bisogno di conferme da sguardi esterni. Non voglio dibattermi fra il dubbio di come appaio, il desiderio di uno sguardo approvante, il timore di uno offensivo. Non me ne importa proprio niente, signori, perciò non sarò in mostra né mi nasconderò. Non cancellatemi neppure una ruga, me le sono meritate tutte.

La storia della moda insegna alcune cose: ad esempio che i significati culturali degli oggetti che riguardano il corpo umano variano secondo una quasi infinita pluralità di sfumature, e sono più spesso slegati dalla funzione pratica originaria piuttosto che il contrario. La fantasia mimetica ha un connotato così forte (l’uniforme militare) da farne un oggetto ideale di ironia (il mimetico virato sul fucsia per la borsetta). L’anfibio è stata la scarpa dei militari, della sinistra punk e della destra estrema, in ognuno di questi casi con lunghe sottospecifiche di significati diversi (dal cuoio nero ai fiorellini su fondo bianco, dalla fricchettoneria all’assonanza col fetish).

Che cosa penso della signora 49enne (o 79enne) con l’abitino aderentissimo? Non penso nulla, almeno fino a che non so quale significato ha per lei. Si tratta di una donna poco consapevole della sua età? Lo è tanto ma ha un enorme senso dell’ironia? Vuole rifarsi di una vita di brutture? Sta sfidando se stessa dopo una dieta che le ha ridato la salute? È una vittima passiva delle aspettative maschili? Qualcosa d’altro che, appunto, sa solo lei?

Le poche volte che in passato mi sono trovata in spiaggia, indossavo un bikini, come tutte le donne bianche occidentali al di sotto di una certa età. Il bikini – a meno che non abbiate un fisico particolarmente esile – è un indumento molto scomodo. Costringe a stare in guardia continuamente perché non salti fuori qualcosa che si presume resti coperto (un seno, una parte non depilata). Io mi ci sono sempre sentita in grande imbarazzo, perché non mi piaceva come mi stava e perché temevo lo sguardo giudicante dei maschi. Il maschio in spiaggia esibisce pance e gambe pelose. La donna bianca occidentale tenta di nasconderle, ma denudandosi. Al di sopra dell’imbarazzo c’era – cosa probabilmente più interessante e meno comune – anche una specie di meta-imbarazzo: nella cultura del mio gruppo umano una donna non deve vergognarsi di esibire il proprio corpo, perché questo è un segno di libertà; io, invece, non vedevo l’ora di rimettere i pantaloni. Non rispettavo intimamente le regole del mio gruppo di riferimento e me ne vergognavo.

Ora, di nuovo dall’alto della mia età, sono tutti problemi risolti: il mare non mi piace, non mi piace stare con mutande di plastica piene di sabbia a chiedermi se sono adeguatamente depilata, e al mare non ci vado più.

Il problema del pelo di troppo che esce dalle mutande pare peraltro essere stato risolto di recente dalla moda della depilazione totale. Donne che in piena libertà decidono di farsi strappare tutti i peli del pube, sopportarne il dolore, le irritazioni e il prurito della ricrescita per sembrare glabre (pulite? bambine?). Certo la manutenzione ordinaria dell’uscita in bikini resta piuttosto costosa, ma se volete sembrare glabre, più pulite o più bambine, per me restate libere di farlo. Anche se personalmente mi piacerebbe sapere qual è la vostra individuale motivazione e discuterne con voi.

Alla fine la questione è (quasi) semplice: sono contraria alle imposizioni per legge di un genere di abbigliamento (ad esempio Il velo o il burqini), e sono contraria al fatto di vietarlo. Sia che sia imposto, sia che sia proibito, lo spazio per la scelta non c’è.

Preferirei donne che possano scegliere se evitare la scomodità degli indumenti attillati e il pericolo del sole, nascondere il proprio corpo come un regalo prezioso, esibirlo come la cosa più bella sulla faccia della terra, usarlo per sollecitare esperienze sessuali, denudarsi per stare al sole a prescindere da pancia e peli, e tutti gli altri significati che non posso immaginare perché stanno nella testa delle singole donne.

Sono contraria anche al fatto di dirmi “libera” perché sposo l’idea che nudo = libero. Non mi sono mai sentita più libera quando ero più nuda, anzi, mi sono sentita solo più scomoda e più schiava delle aspettative di altri. Vorrei anche donne occidentali più consapevoli e meno supponenti, che sappiano che come la fantasia mimetica della loro borsetta non è militarista, non ha un significato assoluto neppure la forma del loro costume da bagno, o quello delle donne di altre culture. E vorrei uomini che riflettano pubblicamente su queste cose (perché il maschilismo è un problema dei maschi, non delle femmine), ma che magari lo facciano dopo aver preso in considerazione anche una serie di cose che per le donne occidentali sono normali: essere palpeggiati in autobus da bambini; essere insultati per il proprio aspetto un secondo dopo essere stati apprezzati; rischiare di essere aggrediti sessualmente da sconosciuti, parenti o partner (ed è solo l’inizio della lista).

Le sfumature sono ovunque. I significati culturali sono nascosti ovunque, e spesso sono sfuggenti e contraddittori. L’impurità presunta del corpo femminile è un’idea odiosa, ma che non si risolve sul terreno di scontro dei costumi da bagno. Anche perché, così facendo, forse ci dimentichiamo delle donne.

Cose che cambiano: fotografare treni

Ho un amico. Si chiama L. ed è un wikipediano (da molto, molto più tempo di me). Ieri era fra le molte persone che hanno partecipato a questa wiki-giornata al Museo della scienza e della tecnica a Milano (ci siamo divertiti, eccoci lì fra le navi):

editathon museo scienza
Non so chi sia l’autore di questa foto, ma gli riconosco tutti i diritti che gli pare

L. ha concluso i lavori della mattinata, dopo Fiorenzo Galli, direttore del museo che ci ha ospitato, Daniele Jalla di ICOM Italia, Giancarlo Gonizzi di Museimpresa – un gentiluomo che ha ricordato il caso della donazione di immagini da parte dei Musei del cibo di Parma senza dire che la volontà dietro quella donazione è lui – Marco Chemello e Niccolò Caranti che hanno lavorato come wikipediani in residenza rispettivamente al Museo della Scienza e al MUSE di Trento, Laura Manetti del Museo Galileo di Firenze e Chiara Consonni di BEIC.

(Cito tutti non per cortesia istituzionale, ma perché mi piacciono gli incontri in cui i relatori provengono da mondi ed esperienze diverse, e così è stato e questo è ciò che ha reso la mattinata piacevole).

L. ha preso la parola alla fine e ci ha raccontato questa storia, che riporto io perché lui non è il tipo di persona che si mette a scrivere di se stesso.

L. racconta che non era la prima volta che si trovava come wikipediano al Museo della scienza e anzi, per l’esattezza, nella sala circolare con quel bassorilievo sul soffitto che io trovo così sobriamente elegante. Era stato al Museo quasi dieci anni prima, un giorno in cui alcuni wikipediani che si erano trovati a Milano la sera prima per bere una birra avevano deciso di andare al Museo e fare foto ai treni. Perché ci sono persone che amano scrivere di treni e fare foto ai treni e questo è il motivo per cui voi potete leggere di queste cose su Wikipedia.

Mentre guardavano i treni, si erano resi conto che in giro per il Museo c’erano dei giornalisti – diversi giornalisti – che chiedevano al personale dove fosse l’incontro dei wikipediani, situazione stramba perché l’incontro non era stato organizzato come incontro pubblico ma più con l’idea di “facciamo un giro al Museo della scienza domani”. Ma la voce si era sparsa fra alcuni giornalisti ed erano arrivati lì, più giornalisti che wikipediani, sperando di poter intervistare queste creature (era il 2006, Wikipedia era piccola ma non così tanto da non essersi fatta notare). Alla fine il personale del Museo decise di offrire la sala rotonda col bassorilievo perché le due categorie di umani potessero incontrarsi e parlare senza inseguirsi per le sale, e così parlarono, in quello che io immagino come il primo round italiano di una serie di incontri (e, talvolta, scontri) che è lontano dall’essere terminato.

La parte meno divertente – dice L. – è che, il giorno dopo e nonostante la disponibilità dimostrata, il Museo contattò Wikimedia Italia e disse che le foto fatte il giorno prima non povevano essere utilizzate, motivo per cui possiamo ipotizzare che le foto di treni nella Wikipedia in italiano del 2006 siano rimaste per parecchio tempo così così (i bibliotecari si ricorderanno come era facile in quegli anni ridere della scarsa qualità dell’enciclopedia online).

Ieri al Museo scattare foto delle collezioni era consentito a chiunque proprio perché era in programma questa wiki-giornata, le 2440 schede del catalogo delle collezioni tecnico scientifiche erano visibili sul sito del Museo con una licenza libera, e una grande quantità di immagini professionali dei pezzi erano state già caricate su Commons (anche grazie al fatto che qualcuno stava lavorando da casa per finire il lavoro). In queste condizioni, scrivere su Wikipedia è facile e questo abbiamo fatto.

È abbastanza facile intuire perché dovrebbe essere consentito a chiunque fotografare le cose belle e meno belle del proprio paese, nonostante la normativa italiana non sia mai del tutto d’accordo. Ma, a quanto pare e per fortuna, i limiti si possono anche spostare, lavorandoci sopra.

Ma soprattutto, se non conoscete L. di persona e non avete presente il modo in cui i suoi occhi sanno brillare e tirare fuori l’intero universo che cerca di tenersi chiuso dentro, non potete sapere che bel momento sia stato sentirlo raccontare questa storia.

A frustrated librarian who enjoys liberating data

Sci-Hub, “the first website in the world to provide mass & public access to research papers” è un progetto che sta diventando piuttosto noto e non c’è bisogno che ne parli io. In sostanza, si tratta di prendere gli articoli scientifico-accademici che tutti noi abbiamo finanziato con le tasse e metterli su un sito da cui siano liberamente scaricabili per chiunque. Idea ragionevole e razionale ma, purtroppo, al momento sostanzialmente illegale. In ogni caso, qualcuno (qualcuna, la ricercatrice kazaka Alexandra Elbakyan) la sta realizzando.

Uno dei sottoprodotti, per così dire, del progetto risiede nel fatto di rendere visibile (e mettere a disposizione) i dati sull’uso del servizio, cioè su quanti download vengono fatti degli articoli, da quali paesi e così via. Un articolo che parla di questo e che mi è stato segnalato è Analyzing the SciHub data di Bastian Greshake (l’autore si definisce “A frustrated grad student who enjoys liberating data”, così capite subito). Qualcuno ha commentato “e questo, cari bibliotecari, è quello che si potrebbe fare con i dati di accesso ai documenti”.

Che le biblioteche siano depositarie di montagne di dati che non sfruttano pienamente non è un’idea nuova, ma di certo è ben lontana dall’essere entrata nella consapevolezza comune, non dico del loro pubblico, ma dei bibliotecari stessi.
È vero, i bibliotecari non sono certo nuovi alle “statistiche”: richieste dagli enti per i quali lavorano, sono abbastanza abituati a tirar fuori numeri e riempire fogli di calcolo ma si tratta, quasi sempre, di macro-dati, se mi passate il termine che forse non è tecnicamente corretto. Quanti prestiti all’anno, l’indice di circolazione dei libri su un certo argomento, quante persone sono semplicemente entrate in biblioteca, quanti laboratori per i bambini (o per gli studenti, ecc.) sono stati fatti. Le “statistiche” si fanno, si mettono su un foglio e – generalmente – si lasciano lì come puro adempimento amministrativo.
Il punto non è però l’uso che di questi dati si fanno (certo è un tema non da poco anche questo).
Il punto è che questi dati sono la punta dell’iceberg, mentre sotto il livello dell’acqua le biblioteche possiedono una enorme mole di dati che – se pubblicati – direbbero cose come quanto e cosa leggono realmente le classi di età, le categorie occupazionali, quando lo fanno, quale titolo viene letto con più probabilità assieme a quale altro titolo, tutti micro-dati, dati granulari dei quali possiedono imponenti serie storiche.

Naturalmente, coordinare l’estrazione e la pubblicazione di dati del genere a livello nazionale – e sapere come interpretarli (ad esempio mettendoli in correlazione con le dimensioni delle collezioni, i budget disponibili ecc.) – non è cosa affatto semplice.

Il Comune di Bologna, per il quale lavoro, ha un suo bel portale di open data. Recentemente, vi ho collaborato anch’io per la parte relativa ai servizi di biblioteca digitale, nella sezione dedicate alle biblioteche. Niente di particolarmente tecnico, ho solo (anch’io) riempito un foglio di calcolo e ho lavorato un po’ con chi pubblica i dati perché fossero leggibili in modo univoco, evitando i tanti possibili errori in cui si può incorrere quando si ha il dato, ma non si conosce il contesto.
Si tratta, comunque, degli stessi macro-dati di cui parlavo sopra anche se il pregio, in questo caso, sta nel fatto di fornirli aperti, cioè leggibili e lavorabili da parte di chiunque: un amministratore che voglia orientare il proprio operato, un altro ente pubblico che voglia confrontare i risultati coi propri, un’azienda che voglia costruirci sopra un prodotto o un servizio.

E i micro-dati? E il fatto che le donne fra i 30 e i 40 anni leggano mediamente questo titolo ma anche quest’altro genere, che smettano tendenzialmente di farlo quando hanno un figlio piccolo, che prendano in prestito più libri che DVD (o qualunque altra ipotesi si voglia fare con un qualsiasi focus sociale o culturale o editoriale)?
Cose di questo genere le biblioteche le sanno, ma non sanno di saperle. Non sanno che pubblicandole renderebbero un gran servizio a chiunque sia in grado di prendere grandi quantità di dati e scavarci per vedere cosa dicono.

Giovedì vado a questo incontro organizzato da ADER, Agenda Digitale della Regione Emilia-Romagna, e provo a parlarne. Forse il livello regionale è quello giusto per partire, né troppo piccolo, né troppo grande. Forse è ora che le biblioteche tirino fuori le loro risorse in un mercato più ampio, che non è solo quello della quotidianità del servizio o del wishful thinking della promozione della lettura.