GLAM!

Dimenticate il glam rock. Dimenticate i lustrini e i tacchi alti. GLAM è l’acronimo che sta per Galleries, Libraries, Archives, Museums e viene usato per indicare tutte le forme di collaborazione fra le istituzioni culturali e i progetti wiki (Wikipedia, Wikimedia Commons, Wikisource…)

Sono stata a Wikimania Londra la settimana scorsa e per almeno la metà del tempo ho sentito parlare di questo. Ho sentito parlare di biblioteche e Wikipedia come alleati naturali. Ho sentito di tanti progetti piccoli e grandi per far capire (a fatica, nonostante tanti atteggiamenti di chiusura, nonostante legislazioni non sempre favorevoli) che musei e biblioteche e Wikipedia sono accomunati dagli stessi scopi e lavorano per lo stesso pubblico.

Wikimedia UK ha prodotto in questa occasione un bellissimo video introduttivo che spiega che cosa siano i progetti GLAM e perché interessano – in modo inevitabile e perfettamente felice – biblioteche e musei. Eccolo. È solo un inizio.

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Consumare cose, e non saperne nulla

La verità non è che io stia continuamente a setacciare la rete e il mondo in cerca di notizie sulle biblioteche. Questa volta, ad esempio, stavo solo tentando il mio fortunoso switch to English in vista della mia partenza di domani per Londra, grazie ai meravigliosi podcast della BBC che mi hanno sempre aiutato in questo strano passaggio mentale. La BBC produce podcast su qualunque argomento, gratuitamente e continuamente aggiornati, una di quelle cose che fanno pensare che da qualche parte la civiltà esiste. La mia trasmissione preferita è The Life Scientific di Radio 4, questo invece un esempio di come si possa fare divulgazione scientifica attraverso i suoi protagonisti in un modo così piacevole che farebbe appassionare alla scienza anche persone che si sono abbruttite nei loro migliori anni giovanili al liceo classico (come me).

MiodownikSpesso scelgo gli episodi da ascoltare a caso, tanto mi piacciono tutti, e così sono arrivata a sentire l’intervista a Mark Miodownik, esperto di scienza dei materiali e fra le altre cose fondatore dell’Institute of Making di Londra (guardate il sito, c’è una Materials Library, è un indizio).

Insomma verso la fine della puntata l’intervistatore ricorda come Miodownik si sia trovato a dire in pubblico durante alcuni dei suoi interventi – in un paese come la Gran Bretagna che sta assistendo a un importante fenomeno di tagli rivolti alle sue storiche e gloriose Public Libraries – che le biblioteche pubbliche andrebbero sostituite da maker space dove le persone possano trovare attrezzature per costruire “cose” e condividere le loro conoscenze su tecniche e materiali.

In verità non è tanto questo il punto che mi ha colpito: oggi chiunque può sostenere tutto e il contrario di tutto sul futuro delle biblioteche, quasi sempre con almeno alcune ragioni, risibili o visionarie o di semplice buon senso che sia (Miodownik dice semplicemente: potete avere più libri sul vostro smartphone di quanti ne abbiate avuti mai in passato in qualunque altro modo. Amen). L’argomentazione che mi ha colpito è invece questa, tangenziale ma non coincidente, che cioè quello che viene a mancare in un mondo digitalizzato in cui il punto non è più l’accesso all’informazione, è la conoscenza del funzionamento degli oggetti materiali. Insomma non digitale/carta, digitale/tradizione, bensì digitale/mondo fisico e conoscenze applicative.

Una delle pochissime cose al mondo che producono in me una gioia immediata e incomprensibile è cucire. Ascoltare Miodownik parlare del suo amore per i materiali, con la loro possibilità di essere toccati, manipolati e conosciuti per via scientifica ma anche per via pratica, mi ha ricordato la sensazione del tessuto sotto le dita e dei punti che piano piano vanno a disegnare una piccola escrescenza colorata che alla fine produce un oggetto fatto come lo volevo io e che serve per fare quello che volevo io (diciamo delle tende, ad esempio, ma credo si possa più meritoriamente dire qualcosa di simile per chi mette a punto un materiale sintentico iperresistente da usare in una sala operatoria, sempre per dire).

Parlare di maker e hacker space va di moda, ma non è questo il punto. L’argomentazione di Miodownik è interessante perché ci fa riflettere su che cosa accadrebbe se qualcuno proponesse che tutta l’arte e la cultura fossero da oggi in poi prodotte all’estero, con tecniche a noi totalmente sconosciute, e ci venissero restituite in forma di oggetti usa e getta. Se all’improvviso ci venisse probito di suonare uno strumento e non potessimo più fare musica coi nostri amici. È in qualche modo quanto accade quando apriamo la confezione dell’iPhone nuovo, non conosciamo nulla del suo funzionamento, lo usiamo per un po’ e al primo cedimento lo buttiamo.

“Se non si entra nell’età della pietra si è degli animali”, in una battuta di Miodownik e, forzando appena un po’ la sua metafora, degli animali con un iPhone in mano. Dall’età della pietra, dall’infinito lavoro del prendere un pezzo di natura data e farne qualcosa di utile con le proprie mani, l’umanità ha distillato le proprie conoscenze negli oggetti materiali, e di rimando essi hanno plasmato la sua evoluzione. Dunque ignorare questa enorme parte della nostra cultura significa abbandonare qualcosa di importante come leggere, scrivere e fare di conto.

Io non lo so se sarebbe meglio avere dei maker space al posto di quelle che oggi sono le biblioteche. Però mi ricordo che visitando anni fa il Museo del Tessuto di Prato vidi un pezzetto di maglia rasata risalente alla storia antica egizia e mi venne quasi da piangere dalla commozione. Era identico a quello che avrei potuto fare io con un paio di ferri. Solo che il tessuto era ancora lì, da allora, con tanto di ricamino sopra. Non riesco a immaginare esempio migliore di umanità (e cultura) incarnate in un oggetto.

A Londra, dopo la grandiosa Wikimania, passerò qualche giorno da turista in un personalissimo itinerario dal Victoria & Albert Museum alla National Portrait Gallery, dal Fashion and Textile Museum allo storico Worlds End (vuoi una camicia drappeggiata? Do It Yourself!). Magari non è un caso.

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Scegliere il futuro (e leggere un estratto conto)

In un passato ormai abbastanza lontano, quando ero una bibliotecaria che lavorava nel settore reference di una grande biblioteca pubblica, proposi un corso per gli utenti che avrebbe avuto come obiettivo mostrare come i dati statistici relativi alla vita quotidiana di tutti noi potessero essere letti e capiti – almeno nei loro elementi essenziali – da chiunque. Si sarebbe trattato di un piccolo percorso durante il quale avrei accompagnato i cittadini interessati allo scaffale dove si potevano consultare l’Annuario statistico e il Rapporto ISTAT, il Rapporto sulla situazione sociale del paese del Censis e altre pubblicazioni di tipo divulgativo dello stesso genere. A me l’idea di poter discutere delle cose basandomi sulla sicurezza di quei numeri sembrava una cosa quasi eccitante. Posizione sicuramente un po’ ingenua ma che si scontrò contro l’evidenza che dovevo essere l’unica a pensarla così: se ben ricordo, a quel corso non chiese di partecipare nessuno, e alla fine non fu mai tenuto.

Qualche settimana fa ho sentito parlare Enrico Giovannini al Festival delle comunità del cambiamento organizzato dall’associazione RENA, a Bologna. Giovannini è stato presidente dell’ISTAT, ha lavorato all’OCSE e – recentemente – è stato anche per un breve periodo ministro del lavoro e delle politiche sociali. Del suo intervento di quel giorno, in un contesto tutto puntato alle idee dell’innovazione nelle politiche pubbliche e non solo, mi è rimasta in mente in modo molto chiaro una frase:

Open data non significa nulla se la maggioranza dei cittadini non è in grado di leggere un estratto conto.

giovannini_coverHo quindi cercato il piccolo libro che Giovannini ha scritto di recente, Scegliere il futuro: conoscenza e politica al tempo dei Big Data, pubblicato per Il Mulino. Un libro che rappresenta in qualche modo l’equivalente relativo alla statistica dei libri che Giovanni Solimine dedica all’ignoranza degli italiani (Senza sapere: il costo dell’ignoranza in Italia e il precedente L’Italia che legge, entrambi Laterza). Un libro che, semplicemente, “analizza il modo in cui si assumono le decisioni, individuali e collettive, e il ruolo che la conoscenza della realtà economica e sociale che ci circonda ha in questo processo” (p. 17).
Dall’effetto spaesante che il diluvio di dati a cui siamo sottoposti ha sul dibattito pubblico, alla responsabilità dei media nel fare di essi un uso strumentale alla cronaca. Dalla fiducia che i cittadini ripongono negli enti deputati alla produzione di statistiche ufficiali (inevitabimente legata al livello di fiducia nelle istituzioni pubbliche), al ruolo distorto che i politici possono avere la tentazione di fare dei dati. Dal deficit di capacità di comprensione dei dati e delle informazioni rilevato fra gli italiani a livelli molto gravi (la mancata literacy statistica o numeracy), alla necessità che le stesse agenzie di statistica sviluppino nuovi modelli e indicatori capaci di dare una lettura ricca della realtà, ma anche nuove forme di comunicazione che possano incidere sul dibattito reale e sulla capacità di orientare le scelte dei cittadini.

Si trattarebbe di passare, insomma,

da una concezione di produzione della statistica ufficiale basata sul numero di microdati e macrodati prodotti e di volumi stampati, cioè sui classici indicatori dell’attività del produttore, a una basata sull’aumento di conoscenza della realtà nella popolazione” (p. 104).

Dai dati, i prodotti, i documenti all’effetto complessivo che essi hanno sul livello della conoscenza. Una sorta di visione “alla David Lankes” anche per la statistica ufficiale?

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